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Neil Young & Crazy Horse – Psychedelic Pill

neil-young-crazy-horse-psychedeilc-pill-590x590Prendete Dark Star (quella dei Grateful Dead, ovviamente), e moltiplicatela per tre, e più o meno ci siamo.
Vagamente, nel senso che la sola Driftin’ Back dura più di 27′ (un esercizio di autoipnosi, o un mantra fottutamente grandioso), e bisogna tenere conto anche di Ramada Inn (16′ e 51″) e Walk Like A Giant (che si ferma a 16′ e 29″).

Insomma, sappiate a cosa andate in contro nel premere play.

Neil Young, alla seconda uscita con i Crazy Horse nel giro di un anno, ci va giù lungo, pesante e lisergico con le chitarre, e in definitiva Psychedelic Pill è un lunghissimo trip, solo saltuariamente interrotto (per prendere qualche altro additivo, ovviamente) da brani più concentrati.

C’è la title track, con quel “she’s lookin’ for a good time” sepolto dal phaser, il cheerful blues elettrificato di Born In Ontario – ennesimo omaggio alle radici – c’è Twisted Road, in cui Young omaggia Roy Orbison e Bob Dylan (ricordando la prima volta che ascoltò Like A Rolling Stone, paragona la poesia dinoccolata di Mr. Zimmermann ad un «Hank Williams che mastica chewingum»).

Solo in For The Love Of Man Neil rallenta davvero, e ci chiede di ballare stretti (jeans da cowboy e gonne di pizzo) sotto le luci della sagra di questo polveroso paesello del midwest in cui ci ha trascinati; una di quelle con il palco di legno allestito davanti alla chiesa, i bambini ancora in giro anche se è tardi, in una bella sera d’estate.

Psychedelic Pill è un capolavoro.

Non tanto per la sua forma inusuale, che pure echeggia certi album leggendari, ma per la sua architettura, il suo nocciolo di profonda essenzialità (ebbene sì), il suo flusso di coscienza che mai mai cede il passo al puro rumore da jam session – cosa lecita da aspettarsi, con i Crazy Horse in giro.

Walk Like A Giant, che del disco è il picco, dura più di un quarto d’ora ed ha una melodia incredibile, fischiettii compresi, ed è una riflessione dai toni disillusi: «camminavo come un gigante su questa terra, ora mi sento come una foglia trascinata via dalla corrente.. io ed alcuni amici, cercavamo di salvare il mondo, cercavamo di renderlo migliore, ma poi il tempo è cambiato.. pensa a quanto ci siamo andati vicini..».

Free form ma niente nonsense, al modo di Coltrane insomma.

Se Neil Young voleva togliersi lo sfizio di omaggiare la psichedelia americana c’è riuscito in pieno, e – forse inconsapevolmente – ne ha scritto un altro fondamentale capitolo.

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