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Noel Gallagher’s High Flying Birds – Black Star Dancing

Da un po’ di tempo ormai Noel Gallagher sembra aver fatto proprio il pensiero espresso da Joni Mitchell al San Francisco Foghorn nel 1979: «hai due possibilità. Rimanere uguale a te stesso, continuare con la formula che ti ha portato al successo, e ti crocifiggeranno perché sei rimasto uguale. Cambiare, e ti crocifiggeranno perché sei cambiato. Ma rimanere uguali a se stessi è noioso. Perciò, tra le due, preferisco essere crocifissa per essere cambiata».

D’altra parte è una questione vecchia come il mondo, pari solo a meglio vincere o meglio il bel gioco? e in entrambi i campi – calcistico e musicale – spesso si arriva ben oltre il ridicolo. In questo caso, ad esempio, merita una menzione speciale l’autorevolissimo Pitchfork: dopo aver invocato a lungo un cambio di direzione, critica Black Star Dancing perché non sarebbe comunque nulla di nuovo dato che Gallagher Sr. ha sempre flirtato con la club music, e lo bolla come «dance music made by a musician who hasn’t set foot in a club in at least 20 years». Quasi inutile sottolineare che con lo stesso metro di giudizio, un disco tanto glorificato come Random Access Memories avrebbe meritato ben altre parole. Ecco il ridicolo, appunto.

Ma la verità (almeno quella più probabile) è che Noel Gallagher ha assimilato la lezione appresa dal suo amico Paul Weller e dall’idolo David Bowie e ormai il problema nemmeno se lo pone, fa quello che gli piace senza pensarci troppo su. Buon per lui, forse è da ascrivere a questo anche il fatto di aver programmato l’uscita di altri due ep nel 2019 anziché un album intero (sarà vero?).

Comunque, per ora il disco va letto come una specie di coda a quello che era stato Who Built The Moon?: ne prende la spiccata propensione pop e la porta in giro, mostrando come – per farlo – non sia indispensabile correre dietro a Rihanna e/o vestirsi da Peter Pan strafatti di glitter (alla maniera dei Coldplay più recenti, insomma).

Ma un dettaglio su tutti cambia lo scenario non di poco: la scelta di NG di tornare ad auto prodursi, mentre per Who Built The Moon? si era appoggiato ai servigi di David Holmes e il disco era direttamente influenzato dal suo approccio creativo.

Stavolta, insomma, la direzione intrapresa è priva di condizionamenti esterni.

Al netto di ogni altra considerazione, Black Star Dancing in sé è perfetta: viaggia su un groove disco anni ’70 sufficientemente nostalgico, con un giro di basso nemmeno non troppo distante dagli Stone Roses, fluttua nel glam dei Roxy Music e non esplode mai davvero. I due remix inclusi nell’ep (e in particolare quello ad opera di The Reflex, alias Nicolas Laugier) alimentano la sensazione che si tratti di un lungo ed incessante flirt, di quelli che non lasciano scampo proprio perché non se ne esce mai soddisfatti.

Rattling Rose, sognante, cerca di muoversi sulle medesime coordinate ma suona decisamente meno organica e quindi meno efficace; e per chi si chiedesse se Noel Gallagher sa ancora scrivere canzoni alla sua maniera la risposta è sì, probabilmente ne ha ancora cassetti pieni. L’ultima volta i dubbi erano stati dipanati da Dead In The Water, stavolta tocca a Sail On: è una suonata acustica in salsa country & western che sembra (recuperata e) rivestita per l’occasione e che richiama direttamente le atmosfere di Noel Gallagher’s High Flying Birds.

Tirate le somme, Black Star Dancing rimane un momento di passaggio ed è più che sufficiente per attendere con curiosità cosa verrà poi.