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artwork: Definitely Maybe (1994)

 

«… e di che ti occupi
«grafica. sto lavorando sui dischi dei Verve..»
«Hm. anch’io ho una band. Appena firmiamo per un’etichetta, farai anche i nostri artwork.»
A sentire i protagonisti, parola più/parola meno, il discorso fu all’incirca tutto qui, quel pomeriggio nell’ascensore del palazzo che ospitava gli uffici degli Inspiral Carpets (per i quali Noel Gallagher faceva il roadie) e quelli della Microdot (l’agenzia per la quale lavorava Brian Cannon). Il tutto perché Brian aveva ai piedi delle scarpe che facevano morire d’invidia Noel.
La storia cominciò in un ascensore di Londra e proseguì a Didsbury, nei sobborghi di Manchester, a casa di Paul Bonehead Arthurs, chitarrista degli Oasis. Il quale, certamente, non si aspettava che il suo sarebbe diventato il soggiorno più famoso della storia del rock.

Si narra, peraltro, che la session durò più o meno il tempo di un click, il primo, quello giusto, lo scatto che poi finì sulla copertina di Definitely Maybe.
Il tempo di allestire questo set strampalato, vagamente psichedelico e apparentemente nonsense.

Alcune cose, in effetti, rasentano l’umana comprensione: il fenicottero rosa di legno piazzato sul camino, e a guardare bene, anche il tubetto di colla lì accanto. E anche il fatto che Tony McCarroll stia seduto fisso a guardare un fotogramma (ma scelto con cura) de Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo beh, si spiega da sé, no? Quel film lo scelsi apposta io – dice Cannon – mi ricordava gli Oasis, in qualche modo…»ma qui la ricostruzione cozza con quella di Noel, secondo cui fu lui stesso ad avere l’idea, trattandosi di uno dei suoi film preferiti).
Burt Bacharach fa bella mostra di sé appoggiato al divano, in omaggio allo sconfinato amore che la band (Noel, in particolare) nutriva per l’uomo e le sue immortali melodie.

E per quanto tutti fossero tifosissimi del Manchester City, lì accanto al caminetto c’è una foto di George Best, leggenda dello United e bad boy del calcio inglese anni ’60 (detto anche – come molti – “il quinto Beatle”, per la sua indole modaiola e alcolica), nonché uno dei dieci giocatori più forti di sempre («Maradona good, Pelé better, George… Best», dicono ancora da quelle parti). Appoggiata alla vetrata, invece, c’è una foto di Rodney Marsh, attaccante del City di metà anni ’70. Il mappamondo roteante è una premonizione sul futuro dominio degli Oasis, ma quando poi venne staccato il nastro adesivo che lo teneva appeso «successe un casino: tirò giù metà soffitto», racconta ancora il padrone di casa.

Già da questa immagine, insomma, si intuisce tutto il mondo Oasis: grande musica, sbruffonaggine working class, nostalgia, dipendenze. Anche se, a dirla tutta, quello nei bicchieri non è vino rosso ma succo di mirtillo («bevevamo tutti birra, ma mettere le lattine in foto sembrava di cattivo gusto. Serviva un tocco di classe e non potevamo permetterci il vino..»). Ai piedi di Noel, l’immancabile pacchetto di Benson.

Il logo (che cambierà solo dopo Be Here Now) è ispirato ai vecchi dischi della Decca (la prima etichetta degli Stones), rettangolare, scritto in bianco su sfondo nero; “Definitely Maybe“, invece, è scritto a mano da Brian Cannon.

Dietro l’artwork di Definitely Maybe, però, cè un grande lavoro, un concept preciso.
Anzitutto Liam s’impose: sulla copertina di un album deve esserci fotografata la band, nessuna immagine strana o disegno da interpretare. Partendo da questo presupposto, Cannon scelse per giorni le pose più adatte, quasi scientificamente, prendendo a modello la pittura rinascimentale fiamminga (pare incredibile ma è così, vedere l’edizione in DVD dell’album che ne celebra i 10 anni, con i Gallagher che tornano sulla scena del delitto); di lì anche l’ispirazione per la particolare tonalità del colore, ottenuta sviluppando il rullino con la soluzione chimica normalmente usata per i negativi (cross processing).

Ogni dettaglio è riconducibile ad un significato. E infatti ancora oggi, chi guarda questa immagine ci trova dentro l’intero universo degli Oasis. Gli altri scatti della giornata andarono a riempire il libretto dell’album: il cazzeggio al pianoforte, Liam sulla Lambretta, il relax in giardino, le sigarette sul divano. Il ritratto di una band che era certa di conquistare il mondo.

Brian Cannon finì per lavorare su tutte le uscite degli Oasis fino al 1998, mandando sempre in bestia la Creation, che di solito usava il proprio ufficio di grafica per le uscite dei suoi artisti. Invece, con la diplomazia che lo ha sempre contraddistinto, Noel s’impuntò: «o così, o l’album esce in una busta di carta marrone».
La storia poi insegna che raramente Gallagher senior ha avuto torto.

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