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Oasis – Dig Out Your Soul

Qualche anno dopo, presentando il suo debutto solista, Noel Gallagher dirà che comunque «la gente aveva smesso di ascoltare»; probabilmente è vero, ma certo non è questo il motivo per cui Dig Out Your Soul (2008) rimane oggi l’ultimo album degli Oasis.

La ragione – ben nota – non sta nemmeno nella qualità della musica: frutto di session particolarmente proficue condotte da Dave Sardy in quel di Abbey Road tra l’estate e l’autunno del 2007 (ma le cronache ufficiali spiegano in altri termini la ragione di tanta concentrazione: «iniziavamo a registrare a mezzogiorno e i figli di Gem uscivano da scuola alle 17:10, quindi dovevamo fare in fretta»), Dig Out Your Soul è la diretta testimonianza di una band vispa e in ottima forma, tanto da potersi permettere di licenziare un disco con solo sei brani su undici a firma del suo principale compositore (e uscirne quasi indenne).

Pochi minuti e l’assalto ruvido di Bag It Up si espande, trasformandosi in una lunga ascesa verso un’esplosione sottile; di lì in poi, gli Oasis forniscono la loro personalissima reinterpretazione del 1967 ed è un’affare piuttosto oscuro.

The Turning trasforma la sua furia in un placido veleggiare (verso una sirena); la ritmica di Falling Down è il preludio a quella che sarà AKA… What A Life! pochi anni dopo e la sua versione super espansa ad opera degli Amorphous Androgynous rimarrà per un po’ l’ultima pubblicazione ufficiale a marchio Oasis; The Shock Of The Lightning pare voler evocare i fasti di Rock’n’Roll Star e riesce nel suo intento, quantomeno in fatto di velocità e fluidità; Liam inserisce la voce dell’amato John Lennon in I’m Outta Time e chiude tutto l’album fluttuando in modo assai sinistro (The Nature Of Reality, a firma di Andy Bell, e la sua Soldier On).

È un lurido insieme di suoni quasi garage, citazioni bibliche, sitar, visioni mistiche, tamburi impazziti, voci raddoppiate/filtrate/inzuppate nell’eco, rumori e bassi profondissimi: non certo un viaggio spensierato

Dig Out Your Soul pare decisamente concentrato sul suono, piuttosto che sul cercare a tutti i costi la melodia a presa rapida. Se c’è un ulteriore rimpianto nello scioglimento degli Oasis, insomma, è che non sapremo mai come – o dove – sarebbe andato a finire questo trip.