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Oasis – Don’t Believe The Truth

La recente carriera solista di Noel Gallagher ha vissuto almeno per un po’ di tempo su di una interessante mitologia: un disco prodotto dagli Amporphus Androgynous che non ha mai visto la luce (salvo essere recuperato in alcuni spunti, vedi The Right Stuff dall’ultimo Chasing Yesterday); una collaborazione che risaliva al 2008-2009, quando i due remixarono alcune tracce dell’ultimo lavoro degli Oasis, Dig Out Your Soul.

Ultimamente, poi, è volato qualche straccio: i due hanno accusato Gallagher Sr. di  aver preferito rimanere chiuso nella propria comfort zone, The Chief ha detto che il loro approccio, semplicemente, non faceva per lui (più o meno).

A ben vedere qualcosa di molto simile era capitato nel gennaio 2004, quando iniziò la gestazione di quello che l’anno successivo sarebbe diventato il sesto disco degli Oasis, Don’t Believe The Truth.

Anche in quel caso ci fu un buono spunto (almeno sulla carta) poi accantonato: registrazioni veloci, supervisionate dai Death In Vegas; ma fu un buco nell’acqua perché la band, peraltro abbandonata da Alan White poche settimane prima, rimase insoddisfatta del lavoro svolto ai Sawmill Studios (quelli che avevano dato i natali a Definitely Maybe). Nondimeno, anche se secondo Gallagher Sr. «quel materiale era a stento buono per delle b-side», almeno quattro delle tracce nate in quel periodo vennero poi recuperate (Mucky Fingers, Turn Up The Sun, The Meaning Of Soul e A Bell Will Ring, a conti fatti tra le cose migliori del disco), anche se solamente dopo un lungo processo che vide alla produzione prima Noel stesso e, infine, Dave Sardy.

Fu lui, viste le continue incertezze, ad imporre un autunnale trasferimento collettivo a Los Angeles e (di fatto) a registrare lì tutto quanto, da capo (comprese le parti di batteria, ormai affidate a Zak Starkey – il figlio di Ringo temporaneamente in prestito dagli Who).

Don’t Believe The Truth (che doveva chiamarsi The Ear Has No Memory) è quindi un album dalla genesi incasinata e a tratti tormentata, tanto che la canzone che finì per fare da singolo apripista, Lyla, fu imposta dall’alto rovistando tra quelle scartate dalle registrazioni: si tratta a tutti gli effetti di una demo un po’ ripulita (e forse sta tutto lì il suo fascino stomp).

Per il resto si tratta di un disco corale, in cui le composizioni di Noel Gallagher sono solo 5 su 11 tracce. È una scelta felice, considerando che sua è la migliore (e più fortunata) del lotto, The Importance Of Being Idle (ispirato un libro di Stephen Robins che mette insieme una serie di aforismi… sulla pigrizia) ma anche quella che nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare l’ennesimo inno da stadio (Let There Be Love) e invece fu presto messa da parte (facile intuire il perché).

Di fronte all’intermittente ispirazione del fratello (che però produce anche Mucky Fingers, un riuscitissimo ibrido tra i Velvet Underground e il Dylan del ’65), dal canto suo Liam Gallagher mostra di essere un autore molto migliore di quello che aveva prodotto l’imbarazzante Little James (su Standing On The Shoulder Of Giants) – ma anche la buona Songbird, inclusa nel precedente Heathen Chemistry – e centra una tripletta molto interessante: Love Like A Bomb (dolcissima ma cazzuta, con il contributo di Martin Duffy dei Primal Scream), Guess God Thinks I’m Abel (forse autobiografica, ma la vera forza sta nella sua musicalità tenue e psichedelica che poco prima del finale si rompe fragorosamente) e soprattutto la scheggia The Meaning Of Soul, in cui – con la complicità di Zak Starkey e il suo drumming molto artigianale – sfoggia una strana incarnazione del dio Elvis che si unisce al dio Lennon.

Significativi anche i contributi di Gem Archer e Andy Bell: soprattutto A Bell Will Ring (del primo) e gli intrecci elettroacustici di Turn Up The Sun (firmata dall’ex-Ride e messa lì in apertura) contribuiscono a rendere Don’t Believe The Truth un album (se non ottimo) molto buono, che funziona molto meglio nel suo muoversi al ritmo di uno psych-pop allucinato rispetto ai tentativi di inseguire il passato.

Il resto è storia: un altro disco (Dig Out Your Soul) e tutto sarebbe saltato in aria: Noel avrebbe pian piano ritrovato l’ispirazione e gli altri tre… chissà se i Beady Eye esisterebbero ancora, se avessero continuato su questi livelli.

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