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Oasis – The Masterplan

The Masterplan è ciò che venne dopo Be Here Now, la tanto agognata pausa che gli Oasis si presero fino a Standing On The Shouder Of Giants (2000).

Era il 1998 e stavano a pezzi, il mercato chiedeva altro materiale, ottima occasione per iniziare a mettere mano agli archivi dell’incredibile ascesa che in soli quattro anni li aveva portati in cima al mondo.

Questa raccolta di lati b finì per essere molto migliore dell’album che l’aveva preceduta, anche perché trainata da un brano clamoroso per il quale tutt’oggi 99,9% dei compositori viventi darebbe volentieri un arto: The Masterplan, originariamente pubblicata tra le b-side di Wonderwall, circostanza che sintetizza perfettamente la totale follia del periodo.

Ai tempi servivano tre brani da mettere su ogni singolo, il che ha rovinato un sacco di band. Ora è sufficiente scrivere un brano all’anno. Mi piacerebbe avere ventidue anni e cominciare ora. Su The Masterplan ogni canzone è un singolo.  Ora saremmo grandi almeno il doppio di quanto eravamo allora. Il nostro terzo album avrebbe dovuto essere composto da tutti i lati b dei singoli estratti da Definitely Maybe e Morning Glory. A quei tempi ero al mio massimo come scrittore. Ero giovane, single, tutto quello che mi serviva per vivere stava in un borsone Adidas, avevo solo due chitarre, non ero ricco, non ero ancora davvero famoso, ero davvero concentrato. Se solo fossi stato più furbo quando scrissi Half The World Away, Talk Tonight o The Masterplan… roba da matti averle usate come lati b. […] Quindi, per rispondere alla tua domanda: no, non avevo un approccio diverso alla scrittura delle b-side rispetto al resto. Magari lo avessi avuto.

In qualche modo la storia di The Masterplan sta tutta in questa risposta che Noel Gallagher diede nel 2009 a Daniel Rachel, che lo intervistava per il suo libro Isle Of Noises: Conversation With Great British Songwriters.

E non che al tempo non sia stato avvisato: Alan McGee tentò di convincerlo a pubblicare Aquiesce come singolo, Liam ad inserire Stay Young su Be Here Now e si incazzò tantissimo quando The Masterplan venne pubblicata in quel modo, perché secondo lui avrebbe meritato di finire su un album ma la sua opinione contava zero. La sbruffonaggine di Noel all’epoca era ancora più evidente di quella di oggi e quindi.. «non esistono lati a e lati b, solo canzoni buone o non buone», e via a buttare fuori materiale con ben poco criterio.

Comunque, se la scelta di non includere in questa raccolta brani come D’Yer Wanna Be A Spaceman o Round Are Way fu dettata dal fatto di limitare la selezione a due brani sui tre presenti su ciascun singolo, non di meno The Masterplan contiene più di una bizzarria: I Am The Walrus è accreditata come live at Glasgow Cathouse June ’94 ma in realtà fu registrata in occasione di una convention della Sony nella sperduta Gleneagles e il rumore del pubblico fu aggiunto scippandolo da un bootleg dei Faces; la batteria di The Swamp Song è un’assemblaggio dalla performance al festival di Glastonbury del 1995 e di registrazioni in studio (la chitarra probabilmente è di Paul Weller); Going Nowhere, secondo le note di copertina, sarebbe stata scritta «in qualche momento nel 1990», il che contraddice il racconto di Noel stesso che la data «appena dopo aver firmato il nostro primo contratto discografico, quando ero preso bene per Burt Bacharach»; non c’è Step Out perché è un plagio di Uptight di Stevie Wonder; Rockin’ Chair doveva stare su Morning Glory, poi Noel scrisse… Wonderwall (in un’intervista del ’98 con Keith Cameron per NME ammise «immaginati se Wonderwall fosse finita da qualche parte come b-side! Non saremmo seduti qui, puoi scommetterci. Saremmo giù a Camden, a quel cazzo di Falcon, tipo ‘Keith, hai due spicci per una pinta così ti racconto del nostro nuovo album?’»).

Insomma questa compilation finisce per raccontare una miriade di storie: com’era l’industria musicale prima dell’era digitale e primi sintomi di questa (in qualche modo – mai chiarito – la tracklist fu influenzata da un sondaggio on line), l’ossessione di Noel di fuggire da Manchester ad inizio ’90 e per l’incessante scorrere del tempo (Rockin’ Chair, Fade Away, Stay Young, (It’s Good) To Be Free), ed effettivamente quanto ancora più grandi avrebbero potuto essere gli Oasis con un paio di scelte più sagge. Ma tanto everything that’s been has passed.

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N.b.: qualche tempo fa abbiamo parlato su queste pagine delle b-side dell’epoca non incluse in The Masterplan e quelle successive degne di nota in un articolo che trovate qui e le abbiamo anche raccolte in una playlist.

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