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Paul McCartney – Flowers In The Dirt

Per That Day Is Done Paul McCartney voleva un arrangiamento in stile Human League; di fronte ad una simile bestialità, Elvis Costello reagì come avremmo fatto tutti: prese la porta e se ne andò.

Alla fine per fortuna l’ebbe vinta lui e la decima traccia su Flowers In The Dirt è una splendida marcia funebre tipo New Orleans (solo più minimale).

L’episodio però rivela molto del legame che si era creato tra i due e sui motivi per i quali Costello era stato chiamato lì nel remoto Sussex, negli Hog Mill Studios di proprietà dell’ex Fab Four: McCartney era decisamente impantanato a rincorrere le mode del momento e i suoi due ultimi lavori Give My Regards To Broad Street (1984) e Press To Play (1986) avevano avuto esiti deludenti.

Aveva pensato, per sua stessa ammissione, di doversi muovere in altre direzioni: tra i suoi ascolti spiccavano Let’s Dance, l’ultimo trasformismo di Bowie, e i Cars. Era arrivato al punto di aver bisogno di una scossa, di qualche stimolo, di qualcuno che lo pungolasse a dovere.

Dal canto suo Costello – uno che con i Beatles era cresciuto: da piccolo aveva pure la tessera del fan club – fu ben felice di aiutare e aveva le idee abbastanza chiare: «se qualcuno fosse venuto da me per scrivere insieme una roba che suonasse come Alison, probabilmente l’avrei sbattuto fuori – avrebbe poi ricordato nell’autobiografia Musica Infedele & Inchiostro Simpatico – Ma dato che almeno la metà dei songwriter aveva saccheggiato i Beatles, non capivo perché Paul stesse cercando in tutti i modi di allontanarsene. O, per metterla come disse lui intervistato sulle nostre canzoni: “semmai qualcuno fosse autorizzato a farlo, quello dovrei essere io”».

A suo dire, non solo dalla fine dei Wings in poi McCartney aveva iniziato a comporre con ritmiche ed armonie del tutto diverse da prima, ma c’era anche qualcos’altro che non tornava: che fine aveva fatto il suo basso Hofner? «Non era questione di nostalgia, ma il nuovo basso che usava stava oscurando la sua personalità» – e quindi lo convinse a riprendere in mano quello strumento-icona che era stato messo in soffitta dal giorno del rooftop concert.

L’approccio funzionò alla grande, un po’ perché entrambi figli di Liverpool (più o meno: la famiglia di Elvis era del Merseyside, ma lui era nato a Londra), un po’ perché il trentatreenne Costello, nonostante le premesse, non era granché intimorito nell’avere a che fare con un Beatle. Soprattutto, in lui McCartney trovò uno scrittore con il quale aveva un’intesa istintiva simile a quella sviluppata con Lennon.

I due, in più, si erano annusati a dovere: oltre aver lavorato gomito a gomito negli stessi studi (mentre uno registrava Imperial Bedroom, l’altro era nella stanza accanto preso dalla creazione di Tug Of War; stessa situazione qualche tempo dopo quando le lavorazioni di Punch The Clock e Pipes Of Peace procedettero in parallelo), prima di mettersi a scrivere qualcosa da zero avevano messo le mani ognuno sui materiali dell’altro. Back On My Feet, aggiustata da Costello, era finita sul lato b di Once A Long Time Ago; McCartney aveva aggiunto il suo tocco a Veronica, ad oggi il più grosso successo del suo compare negli States.

E così si erano ritrovati in studio, acustica e pianoforte, a scrivere e comporre davvero insieme. All’esito, McCartney ne sarebbe uscito rivitalizzato; Flowers In The Dirt fu un successo notevole, l’ex Beatle si imbarcò per il suo primo tour mondiale da tempo immemore e ritrovò molto dello smalto perduto. Costello avrebbe pubblicato l’ottimo Spike e avrebbe trovato posto nella lunga schiera di collaborazioni di McCartney («vengo dopo Michael Jackson e prima di Kanye West e Rihanna: è un fatto di mitologia pop sul quale potreste vincere una scommessa!»).

La partnership artistica alla base di Flowes In The Dirt, a ben vedere, sta dietro solo a solo quattro dei tredici brani poi inclusi nel disco; nonostante i rapporti con Costello, McCartney voleva fare qualcosa di più eclettico.

Però in qualche modo tanto basta: il brano più rappresentativo dell’album è My Brave Face, singolo perfettamente piazzato in apertura e frutto della pace fatta tra McCartney e il suo passato – sia dal punto di vista della sonorità, perché effettivamente nessun altra canzone di McCartney nei successivi trent’anni ha rischiato così tanto di essere scambiata per un outtake da Let It Be, sia dell’immagine, con quel video incentrato su un complotto per sottrargli il tanto famigerato Hofner e che citava Fab Four. My Brave Face è immediata, melodica, tanto divertente quanto convincente, emblema di una ritrovata fluidità artistica.

You Want Her Too, più compassata, è un intreccio di voci e protagonisti che ricorda in egual misura gli antagonismi tra McCartney e Michael Jackson (This Girl Is Mine) e tra McCartney e Lennon (molti esempi, a sceglierne uno: Getting Better). Paragoni inevitabili, soprattutto quest’ultimo visto che Costello aveva imparato ad armonizzare proprio ascoltando i Beatles e che quel contrappunto lirico era praticamente il miglior modo per far convivere due registri vocali assai diversi.

A meno, ovviamente, di non affidarsi completamente alle armonie come in Don’t Be Careless Love, con esito molto vicino ai Beach Boys; da ultimo, proprio That Days Is Done e la sua scintillante disperazione, in egual parte figlia della tristezza di Costello – la nonna, proprio quella Veronica, ormai in fin di vita – e del mestiere di McCartney («è stato uno di quei momenti, come Let It Be, creare una specie di gospel dai toni immortali. È stato scioccante vederlo all’opera. E allora capisci che è esattamente quello, quello che lui fa. E poi la cantò a pieni polmoni. È lui, è così. Davvero.»).

Gli altri frutti di quelle session videro la luce negli anni immediatamente successivi: So Like Candy e Playboy To A Man furono poi incluse in Might Like A Rose del 1991; Costello piazzò Mistress And Maid e The Lovers That Never Were su Off The Ground due anni dopo e Shallow Grave nel 1996 su All This Useless Beauty.

Il resto di Flowers In The Dirt è assai vario, vista anche la scelta di McCartney di affidarsi ad un intero plotone di produttori (Trevor Horn, Neil Dorfsman, Stephen Lipson, Mitchell Froom) e di giocare con registri molto diversi.

E sarebbe del tutto sbagliato pensare che l’album non suoni perfettamente a suo agio nel decennio in cui fu prodotto. È a lungo così: basta sentire com’è trattata la chitarra di David Gilmour (sì, lui) in We Got Married, l’arrangiamento di Motor Of Love (di per sé splendida) – non a caso concepito con Chris Hughes, produttore dei Tears For Fears e co-autore di Everybody Wants To Rule The World – o quello di Rough Ride, della conclusiva Où Est Le Soleil? e del pseudo-reggae di How Many People?. Sono brani invecchiati in un modo che non rende loro giustizia (ma c’è di peggio, ad esempio proprio l’intera discografia dei Tears For Fears).

Flowers In The Dirt, soprattutto all’orecchio di oggi, riserva il meglio dove si fa più asciutto, essenziale e concreto. E quindi sì, le composizioni nate dalla penna McCartney/Costello; ma anche la tripletta centrale Put It There (che regge tranquillamente il confronto con Two Of Us, tanto dal punto di vista emotivo che per l’acustica minimale), Figure Of Eight e il suo andazzo blues liquido che diventa una specie di esplosione soffocata e This One, un (quasi) singalong trascinato in avanti dal basso. Melodie fulgide, accorate e riuscitissime.

Dal punto di vista strettamente lirico, Flowers In The Dirt non è altrettanto decisivo: il mood di McCartney è (al solito) divertito, romantico (ovviamente Linda, peraltro l’artwork viene da un suo dipinto), speranzoso e non manca un (anacronistico?) messaggio pacifista.

Dal 1989 si è dovuta attendere la riedizione del 2017 per vedere finalmente pubblicato il più autentico e significativo frutto della gestazione di Flowers In The Dirt: le nove demo registrate da Costello e McCartney, chitarra e pianoforte, insieme davanti al microfono.

Ecco un’idea di come sarebbero stati quei brani se fossero stati portati fino alla loro versione definitiva come duetti, ecco di cosa effettivamente parlavano i due raccontando l’energia primordiale ed istintiva che era scaturita dal loro processo compositivo. Ed ecco anche Tommy’s Coming Home ed il meraviglioso divertissement Twenty Fine Fingers, rimaste a lungo nel cassetto.

Dopo molti anni, era ora che venisse portata alla luce la magia più intima di Flowers In The Dirt.