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Paul Weller – 22 Dreams

Qualche album non esaltante, poi l’ispirazione pian piano ritrovata grazie ad un disco di cover registrato per puro sollazzo (Studio 150), consolidata in As Is Now e infine sbocciata in questo 22 Dreams: quello di  Paul Weller tra i 40 e i 50 anni è un bel giro sulle montagne russe.

Quasi 70′ di musica, 21 brani (un po’ perché «I had 22 dreams last night/ and you were in 21 / the last one I saved for myself / just to save my soul», un po’ perché il sogno n°22 è affidato ad una poesia di Simon Armitage, solo stampata nel libretto), si spazia dal quasi vaudeville di Black River all’avanguardia confusionaria e psichedelica di Echoes Round The Sun (con Noel Gallagher e Gem Archer), dal puro strumentale jazzato in compagnia di Robert Wyatt (Song For Alice), agli immancabili momenti funk (Push It Along, A Dream Reprise) e soul (Invisible), da qualche perla dall’approccio più canonico, ma gustosissima (Have You Made Up Your Mind, All I Wanna Do (Is To Be With You), Sea Spray, Empty Ring, Where’er Ye Go – tutte spinte ben in alto dalla voce incredibile del loro autore), fino ad approdare allo spoken (God: una poesia affidata alla voce di Aziz Ibrahim – sì, colui che sostituì John Squire negli Stone Roses) o magari si vira verso landscape più o meno disturbanti (111, Night Lights).

Insomma: 22 Dreams è una cornucopia zeppa di cose ed il vero miracolo è che è tanto eclettica quanto credibilissima; in una parola: regge, perché alimentata da una curiosità e da un’ispirazione senza limiti né precedenti nel percorso del Modfather.

Come ad allontanare ogni possibile accusa di pretenziosità di fronte ad un’opera così variegata e quasi spirituale, Weller ha sempre ribadito che questo album deve essere considerato nulla più che un regalo a se stesso per i propri cinquant’anni. In quest’ottica, ancora più che i suoni, i temi o la ricchezza di certi arrangiamenti, il dono sta nel fatto che si sia completamente lasciato andare, senza temere di risultare incoerente, seguendo solo la propria musa (e forse la lezione impartita dai Beatles con l’album bianco).

Scoperchiato in questo modo il vaso di Pandora (e, molto probabilmente, data voce finalmente a qualche desiderio rimasto sopito o inespresso troppo a lungo), Weller ha dimostrato che il dato anagrafico è assolutamente relativo e nel decennio che seguirà 22 Dreams (2008) darà vita ad alcuni dei suoi dischi più avventurosi.