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Paul Weller – Saturns Pattern

weller_saturns_patternPaul Weller è uno che ha sempre seguito il proprio istinto e null’altro; avrà pure sbagliato qualcosa nella sua lunghissima carriera, ma può vantare l’indiscusso pregio di essere finito solo ed esclusivamente dove la sua libertà lo ha condotto.

Certo che, compiuti cinquant’anni nel 2008, questa attitudine si è amplificata a dismisura – complice forse l’ombra della mortalità – e da quel momento si fa fatica a ricondurre i suoi dischi ad un canone di convenzionalità.
Quell’anno ha dato alle stampe il suo album bianco, 22 Dreams; nel 2010 Wake Up The Nation: un cut&paste soul/punk/r&b tenuto insieme dalla produzione dell’ormai ex amico Simon Dine e da tanta rabbia quanta non se ne sentiva dai tempi dei Jam; due anni più tardi Sonik Kicks era una specie di visione kraut filtrata attraverso neon berlinesi.

E oggi Saturns Pattern.
Nove tracce in cui si lavora molto sui ritmi e le percussioni – che dal vivo verranno portate in scena dal duo di batteristi Steve Piligrim / Ben Gordelier, ma che su disco sono esclusiva opera del secondo – a partire dalla roboante e iper-effettata White Sky che apre il disco in modo spiazzante: roba liberamente ispirata ai Led Zep, roba che ci si aspetta da Jack White o dai Black Keys, roba in vero manipolata dagli Amorphus Andgrogynous che presa da sola non pare avere granché senso.
Ma si tratta di una volgare dimostrazione di potenza che ha un suo perché nell’equilibrio dell’album: colloca Saturns Pattern in un oggi ben preciso, mentre da lì in poi è pura a-temporalità.

Il mood è rilassato, melodico come non capitava da molto tempo (pare di sentire i Beach Boys sparati nello spazio).
La produzione pulita e cristallina mette questo suono al centro dell’opera e conferisce all’intero disco un intrigante alone di (retro)futurismo: Saturns Pattern, apparentemente senza sforzo, riesce ad incarnare perfettamente il canone mod(ernista), un concetto in continuo rinnovamento da cinquant’anni almeno.

Weller stavolta è entrato in studio con la sola voglia di novità («non ho cercato nulla, sapevo solo cosa non volevo fare») e ha man mano provato nuove chitarre (compresa un’inusuale Vox Teardrop, più consona a Tom Petty o Brian May), sperimentato sulle ritmiche e alla fine puntato molto sul groove.
Sono nate così canzoni che improvvisamente si tingono di gospel (Going My Way e la sua inaspettata apertura corale), magari tratteggiando fughe notturne in un crescendo di riverberi (These City Street), o scomodano gli Stooges (Long Time) e si spingono fin quasi alla perfezione pop/soul (Phoenix e Pick It Up), il tutto in un eclettismo degno di Bowie o McCartney.

Salvo il fatto che questi due, all’età di Weller, avevano già dato il meglio.
Ma non è questa la differenza tra loro e lui: il Modfather – per varietà di stili e soluzioni gettate nel suo eterno calderone sixties – disco dopo disco dà l’impressione di poter maneggiare qualunque cosa (dal jazz alla musica classica, dal blues al punk) senza mai focalizzarsi su una sola. Gli altri l’hanno fatto.
Forse Weller è artista meno pretenzioso?
O è semplicemente in continuo movimento: non è un caso che tra le bonus track di Saturns Pattern trovi posto un’ennesima – riuscitissima – cover, quella (I’m A) Roadrunner firmata nel 1966 da Junior Walker & The Allstars, manifesto di un’esistenza balorda e inarrestabile.

 

1 comment on “Paul Weller – Saturns Pattern

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