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Paul Weller – Sonik Kicks

sonikkicksLa prima volta che ho ascoltato questo disco ero in macchina: volevo inchiodare e tornare indietro. A casa, ad avvolgermi nelle cuffie enormi.

Perché Sonik Kicks esplode subito in mille frammenti stereofonici: da un canale all’altro, pezzi di chitarre impazzite sparsi in giro su un beat motorik, come se qualcuno avesse lasciato acceso e aperto il frullatore, in una stanza piena di neon pulsanti.

L’undicesimo album di Paul Weller non è il punto di svolta della sua terza vita/carriera solista: quello c’era già stato con 22 Dreams (2008, lo scoperchiamento del vaso di Pandora), ed era continuato con Wake Up The Nation (2010, lo sconvolgimento dell’equilibrio melodia/produzione).

No, Sonik Kicks pare più il suo Low. Un disco completamente ripiegato su se stesso, incentrato su un io alla deriva – o meglio, alla scoperta di qualcosa di artistico, inafferrabile, (relativamente) inesplorato – e che rappresenta uno statement artistico pesante come un macigno.

S’era detto che il lavoro fatto fatto su questi 43′, questo camuffare le canzoni dietro strati e strati di segmenti, elettronica e landscape vari, potesse essere più window dressing che altro. Ma non è così: è il modo di comporre, produrre e utilizzare lo studio di registrazione del che il Modfather ha ribaltato completamente e reso fluorescente, con la complicità di Simon Dine, coautore della maggior parte dei brani (la relazione tra i due meriterebbe una trattazione a parte, litigate sulle royalties comprese).

Il baricentro è Study In Blue, che inizia come una rivisitazione degli Style Council e sfuma in una lunga coda dub: e a Weller si perdona anche l’autoindulgenza di aver tirato in ballo la splendida voce della nuova moglie Hannah per un duetto languido languido. Altrove i collaboratori sono quelli di sempre: Noel Gallagher, Graham Coxon, Aziz Ibrahim, Andy Lewis, Steve Cradock. Ma agiscono in branchi, smanettando a caso e fuori ruolo; lo stesso Modfather, più che alla chitarra si sollazza tra organi Hammond, Mellotron, Farfisa e pianoforti vari.

Le melodie ci sono, ovunque: in The Actic, schizofrenica e tonda, When Your Garden’s Overgrown – un’odissea -, o Be Happy Children, che chiude il cerchio strizzando l’occhio a Stanley Road ne sono la prova più evidente.

La morale, se c’è, è che a Paul Weller il rock’n’roll che conosce e adora va ormai stretto: Around The Lake, That Dangerous Age, Drifters sono composte ribaltando ogni canone classico, e così è anche per quei bozzetti da camera cui ci aveva abituato (By The Water: perché la sua voce è così vicina e così sibilante e sinistra?).

È tutto affondato in un modernismo vintage coloratissimo e spiazzante. Sonik Kicks non è un album perfetto, ma ci sono ottime ragioni per ascoltarlo in loop, e la prima è che destabilizza. Destabilizza anche solo il fatto che a destabilizzarci sia uno che di primavere ne conta cinquantacinque e che potrebbe vivere di rendita dal 1982: sarà per questo, ma pare che degli anni zero abbia capito più lui che tanti altri.

Sonik Kicks è un calcio in culo fortissimo: alla pigrizia, alla sicurezza, al concetto stesso di “musicista”.Una sveglia intergenerazionale e abbagliante.

1 comment on “Paul Weller – Sonik Kicks

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