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Plastic Ono Band – Live Peace In Toronto 1969

Live Peace In Toronto 1969 – l’album che testimonia il debutto della Plastic Ono Band il 13 settembre 1969 in occasione del Toronto Rock’n’Roll Revival – è paradigmatico di tutto ciò che a molti di noi fan dei Beatles va costantemente di traverso a proposito del rapporto John Lennon / Yoko Ono.

E non c’entra affatto la mitologia secondo cui Yoko avrebbe spaccato i Fab Four: la “nuova consapevolezza” che lei aveva trasmesso a John fu solo uno dei fattori che portarono a quella rottura e in generale è molto più affascinante che i Beatles si siano dissolti in quel modo, che siano rimasti lì all’inizio del mondo del pop e non si siano poi più manifestati. Sono il big bang, sono Prometeo che rubò il fuoco agli dei perché gli uomini potessero goderne. Sta bene così.

No, ciò che va di traverso è il fatto che Yoko dovesse essere presente a tutti i costi – e lo diciamo pienamente coscienti che sia impossibile distinguere tra il suo volerci essere ed il volerla lì di Lennon, ma tant’è.

Prendiamo, appunto, Live Peace In Toronto 1969: «ero nel mio ufficio alla Apple, erano le undici di sera di un venerdì e questo tizio – cioè il promoter John Brower, preoccupatissimo dal fatto che il festival aveva venduto ben sotto le aspettative ma ben cosciente che la presenza di Lennon ne avrebbe risollevato le sorti – chiama e ci fa, ‘venite a Toronto!’. Ci stavano invitando a presenziare, come fossimo un re ed una regina, non per suonare. Ma questa parte mi sfuggì, quindi risposi semplicemente ‘si, ok ok, datemi il tempo di mettere insieme una band’. Allora iniziai a pensare a chi avrei voluto portare. Partimmo il mattino dopo».

E insomma, (solo) se ti chiami John Lennon puoi avere a portata di mano Eric Clapton, Klaus Voormann e Alan White (presto batterista degli Yes) letteralmente dalla sera alla mattina.

Non avevano mai suonato insieme e proprio per questa ragione la scaletta di quell’esibizione (e di questo disco) è fatta anzitutto di roba sulla quale tutti potessero intendersi: tre classici (Blue Suede Shoes, Money (That’s What I Want), Dizzy Miss Lizzy) e il brano più blues dei Beatles (Yer Blues).

Poi arrivano Cold Turkey, singolo che Lennon avrebbe pubblicato a breve, e Give Peace A Chance, data alle stampe da John & Yoko un paio di mesi prima. Quest’ultima è evidentemente il momento più catartico della scaletta ed il vero motivo per cui la Plastic Ono Band si trovava lì, per promuovere la pace.

Musicalmente, fin qui si tratta di un’amalgama quasi perfetta: grezza, spontanea, con le chitarre di Clapton e Lennon che hanno evidentemente molto da dirsi e la presenza impareggiabile dell’ex beatle (in quel momento non ancora ufficialmente ex, a dire il vero) – un vero animale da palco, cosa che troppo spesso si dimentica.

Poi inizia il fastidio ed è una roba che proprio fa saltare i nervi: i backing vocals sguaiati (e, va detto, abbastanza contenuti) di Yoko Ono non erano fuori posto su un brano come Cold Turkey perché sono la perfetta rappresentazione del dolore della disintossicazione.

Ma da questo ai due momenti che chiudono Live Peace In Toronto 1969 c’è una bella differenza: Don’t Worry, Kyoko (Mummy’s Only Looking For Her Hand In The Snow) John John (Let’s Hope For Peace) sono – in totale – quasi venti minuti di agonizzanti vocalizzi, cacofonie, urla acute ed abominevoli che nessuno con un minimo di onestà intellettuale potrebbe seriamente apprezzare (né ora ne allora).

Ed è un peccato, perché quella che poteva essere una curiosa scampagnata pacifista dall’altra parte dell’Atlantico si trasforma in un incubo senza senso, in una stronzata apocalittica, concettuale (e soprattutto: inascoltabile) che non porta da nessuna parte se non verso la finestra più vicina, sperando di essere ad un’altezza sufficiente per farla finita.

Quindi Live Peace In Toronto 1969 è tanto significativo nello sviluppo del Lennon post-Beatles quanto per certi versi insopportabile; se lo cercate dal vivo molto meglio Live In New York City – dal quale, per buona pace di tutti noi, fortunatamente Yoko ha avuto l’ottima intuizione di cancellare la propria voce dato che neppure lei riusciva a riascoltarsi (ma, appunto: stava pure lì. Perché??).