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R.E.M. – Dead Letter Office

dead_letter_officePubblicato nel 1987, Dead Letter Office è il classico album all’apparenza trascurabile, in realtà rivelatore.
Raccoglie rarità della prima ora e le b-side dei singoli dei R.E.M. pubblicati dalla IRS fino a quel momento e, nell’edizione cd, anche l’intero ep Chronic Town, il vero grado zero della discografia della band.

Alcuni di queste b-side sono cover: agli esordi – come per tutte le band – una necessità per infoltire il repertorio, con il tempo trasformata dai R.E.M. in uno sfizio, anche se molto raramente nella loro discografia post-IRS (da Green in poi) compariranno ufficialmente brani altrui.

E quindi, Dead Letter Office tradisce anzitutto l’amore di Michael Stipe per i Velvet Underground, attraverso le rivisitazioni di There She Goes Again (che diventa un mugugno dalle venature country), Femme Fatale (in cui l’interpretazione lasciva di Nico viene da una sommessa preghiera nasale su un tappeto jingle-jangle) e di una stentorea (ma meravigliosa) Pale Blue Eyes (con tanto di testo praticamente riscritto); sorprende (per la scelta) la frenetica interpretazione di Toys In The Attic degli Aerosmith (per Peter Buck un culto di gioventù, in realtà), mentre Crazy (dei Pylon) è – insieme a Superman (su Life’s Rich Pageant) e Strange (su Document) – una di quelle canzoni che i R.E.M. hanno immediatamente fatto proprie; chiude la rassegna di omaggi una versione trasandata di King Of The Road, singolo di Roger Miller del 1965.

E se per un verso questo disco racchiude molte delle influenze dei primi R.E.M. (o magari qualche invidia: «ricordo di averla sentita in radio il giorno in cui Chronic Town uscì e lo sconforto che mi prese rendendomi conto quanto fosse migliore del nostro disco», dice Peter Buck di Crazy), dall’altro svela metodi di lavoro e inciampi vari.

Dal lato b di Wendell Gee provengono infatti due brani originali che però – ricorda ancora Buck nelle note al disco – hanno una genesi comune: «quando ci stufammo di Burning Hell, tenemmo le parti che ci piacevano di più e su quelle scrivemmo Ages Of You»; allo stesso modo (o quasi), Voice Of Harold altro non è che 7 Chinese Bros. (su Reckoning) con parole totalmente improvvisate, White TornadoRotary Ten, Walter’s Theme (arrivata «alla fine di una giornata particolarmente alcolica») tre strumentali che non vanno da nessuna parte, mentre Windout è pura archeologia – una delle primissime canzoni scritte da Stipe & co. – e Bandwagon, all’unanimità, la più scema.

Sarà pur vero che Dead Letter Office è per lo più un disco per completisti e fan (nemmeno troppo accaniti), ma con il suo incedere zoppo e ascoltato con lo spirito giusto («non è da prendere troppo sul serio, ascoltare questo disco dovrebbe essere come rovistare in un negozio di cianfrusaglie», chiosa Buck) vale quanto un documentario.

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