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R.E.M. – Document

Tra le tracce di Document si trovano brani che i R.E.M. suoneranno fino alla fine, ma non è tutto qui: tolte The One I Love e Its The End Of The World, rimane un album molto più curioso del suo diretto predecessore, che porta con sé una cover degli Wire (Srange), la bizzarria medievale/militaresca/polifonica di King Of Birds, i volteggi sinistri di Fireplace (con tanto di sassofono), l’hard-funk corale di Lightin’ Hopkins e la lunga chiusura dissonante di Oddfellows Local 151.

Insomma, per quanto Document porti Stipe & co. ad accarezzare per la prima volta il vero successo di pubblico (comunque nulla di paragonabile a quanto accadrà con Automatic For The People), non si tratta nemmeno lontanamente di un ascolto facile; Peter Buck al tempo ne era ben cosciente:

Ci sono un po’ di cosette su questo album che potrebbero funzionare in classifica. Ma non riesco ad immaginarmi come possa succedere, dato che si tratta di noi. Quindi non so davvero se aspettarmi che venda… qualcosa sì, qualcuno lo comprerà. So che mia madre ne comprerà tre o quattro copie. Ma non mi pare che sia uno di quei dischi spaccaclassifiche. Anche se in fondo chi può dirlo: sono successe cose ben più strane.

Document è figlio tanto del tentativo di comporre brani dalla struttura meno convenzionale quanto della politica di Ronald Regan e del caos che questa aveva scatenato sia a livello internazionale che dentro i confini degli States, dove (almeno) un’intera generazione assisteva al definitivo sgretolarsi dell’idealismo degli anni ’60 ed un’altra – arrivista, consumista e globalizzata – prendeva il sopravvento, relativizzando ogni orizzonte.

In quest’ottica, il fatto che The One I Love sia stata scambiata per una semplice canzonetta d’amore – complice una melodia perfetta per le FM – non è un equivoco, è il simbolo stesso di quei tempi distratti ed egoisti. E’ un brano tutt’altro che sdolcinato ma, come Stipe ammetterà, «se la gente pensa che sia una canzone romantica, ormai va bene così».

Quel «semplice giochetto per passare il tempo» è solo uno degli spunti spietati di Document: Stipe pare immediatamente puntare all’insurrezione («the time to rise has been engaged»), rievoca esplicitamente i tempi violenti della paranoia maccartista (Exhuming McCarthy: con Regan la caccia subdola e senza quartiere agli avversari politici – la Russia, il Nicaragua, l’Iran, quelli dentro il Congresso… – sembrava tornata di gran moda), punta al risveglio civico contro il subdolo interventismo americano in America latina (Welcome To The Occupation) e prende di mira il perbenismo reazionario che strozzava ogni dissenso (Disturbance At The Heron House), in un crescendo che esplode confuso nel flusso di coscienza di Its The End Of The World e che porterà Peter Buck a descrivere il lato A di Document come «una sorta di opera rock sull’America del 1987».

Ma a strabiliare è anche l’intensità della performance sonora dei R.E.M.: le chitarre dure, le figure di batteria intense e la schiettezza del basso, tutte volte ad una perentorietà sino a quel momento inedito; non fosse che, come di consueto, i testi di Stipe nacquero all’ultimo, parrebbe quasi che la band abbia cercato volutamente un’asprezza degna di accompagnare quell’impegno lirico. La spiegazione più semplice è da cercare nel lavoro di Scott Litt, che rimarrà a produrre molti dei successivi dischi.

Nel dicembre del 1987, per la prima volta Rolling Stone mise in copertina i R.E.M., descrivendoli come «la migliore rock’n’roll band americana»: una definizione certamente riduttiva, ma comunque un riconoscimento atteso dopo anni passati quasi nell’ombra. Document è l’apice dei loro anni alla I.R.S., che di lì a poco lasceranno in favore della Warner; la scelta – criticatissima – li consacrerà a livello internazionale, con ogni conseguenza del caso.