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R.E.M. – Fables Of The Reconstruction

fables_of_the_reconstructionC’è in fondo un motivo per cui – tra tutti gli album che vanno a comporre la prima parte della carriera dei R.E.M. – ci si dimentica più spesso di altri di Fables Of The Reconstruction.

La ragione è che nonostante sia stato registrato a Londra nei primi mesi dell’85 (e pubblicato nel giugno dello stesso anno, che Michael Stipe ha più volte definito il peggiore della sua vita) si tratta di un disco inestirpabile dal suo orizzonte di riferimento: la Georgia, il sud degli States, suoni e storytelling che evocano quei luoghi geografici rurali popolati da personaggi bizzarri agli occhi dei più: un orientarsi oscuro e sconosciuto a chi è uso muoversi in un contesto diverso, semplicemente più urbano.

Ancora oggi – passati trent’anni – Fables Of The Reconstruction pare frutto di un forte spaesamento geografico ed emotivo, che ne azzera qualsiasi spunto empatico.
Il fatto che dovesse in un primo momento intitolarsi The Sound And The Fury non aiuta: non ha nulla di furioso; è conosciuto, però, anche come Reconstruction Of The Fables e quale che sia il suo titolo definitivo due sono gli elementi chiave, la mitologia popolare e la ricostruzione – non solo fisica, ma soprattutto lessicale, spaziale, una specie di continuo e surreale divenire.

I R.E.M. ne ricavarono tre singoli che ben sintetizzano tutto questo: la spaesata Can’t Get There From Here, Driver 8 – quasi una chain gang song, che perpetra il mito della ferrovia – e la ballata Wendell Gee (dove probabilmente per la prima volta utilizzarono un banjo, strumento icona del folklore sudista): la storia di un uomo che una notte «sognò che l’albero era rimasto senza tronco, allora per sostenerlo ne costruì uno fatto di rete metallica, ma mentre saliva sull’albero il metallo divenne pelle di lucertola e si afflosciò, non ci fu nemmeno il tempo per dire addio al povero Wendell Gee…» (per dire).

Nonostante si tratti di brani in qualche modo rappresentativi dell’orizzonte nostalgico in cui i R.E.M. si muovevano durante le registrazioni del disco – come se la lontananza dai luoghi familiari avesse acceso i ricordi di Stipe – Fables Of The Reconstruction alterna umanissime vulnerabilità (il cammino perduto di Maps And Legends, il sonno che coglie durante la lettura: Feeling Gravitys Pull) e mitologia popolare (Old Men Kensey, Green Grow The Rushes), proprio come il paesaggio dal finestrino alterna indolente distese brulle a piccoli agglomerati urbani.

Rimane un disco che musicalmente non riesce a coinvolgere come altri del primo catalogo dei R.E.M., ma è uno snodo fondamentale nel loro sviluppo artistico, una sorta di piena presa di coscienza delle radici prima del successo che non li farà tornare più indietro.

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