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R.E.M. – Monster

REM_monster«Diciamo che è un disco un po’ perverso: tutte le canzoni parlano di voyeur e stalker. Al posto di scrivere il tipico album autobiografico da rockstar, pensavo sarebbe stata una bella sfida indossare i panni di qualcun altro per un annetto…»

Se Monster è il disco più particolare dei R.E.M.non è solamente per il suono inusuale – che è diretto e aggressivo, una sorta di rivisitazione glam del grunge allora ormai agonizzante (settembre 1994) – ma è anche perché si tratta di una vivida messinscena.

La trasformazione però non derivava solo da alcuni eventi pure accaduti durante la sua gestazione – come la morte di Kurt Cobain e di River Phoenix – ma anche dalla voglia di cambiare un po’ dopo due lenti come Out Of Time e Automatic For The People.

Di qui certamente la scelta di registrare tutto dal vivo e di partire in tour per promuovere la nuova uscita (cosa che  non facevano dal 1989!), con un ricercato effetto straniante, fumettistico, esuberante ed al limite della parodia (ogni tanto oltre).

Su un tessuto sonico mai così acceso (un insieme di suoni sgranati – a partire dal basso di Mills, tutt’altro che elegante), Stipe si destreggia tra il falsetto e la più spinta sporcizia vocale («era chiaro che stessi interpretando un personaggio», dirà anni più tardi, quando l’unica cosa chiara era che quella interpretazione non fosse stata granché capita), infarcendo i testi di  dolori e perdite («I had a mind to try to stop you», canta su Let Me In, dedicata a Cobain e suonata con la sua chitarra, avuta da Courtney Love), ma soprattutto devianze e ossessioni, disgusti (forse Tongue l’esempio più eclatante – «I am ashamed to say: ugly girls know their fate, anybody can get laid»).

Monster colse molti di sorpresa (soprattutto il nuovo pubblico, impreparato ai cambi di rotta repentini della band), ma la gente accorse in massa ad acquistarlo, addirittura più di Automatic For The People, salvo sbarazzarsene poco dopo (la conoscete la storia di quel tizio che ci mise sette anni per trovare qualcuno che comprasse la sua copia usata?).

Forse perché si tratta di un disco solo apparentemente diretto: è complesso il suo suono (la stessa What’s The Frequency, Kenneth? – peraltro uno dei migliori singoli di sempre dei R.E.M. – è una melodia scintillante costruita su un nuvolo di accordi e cambi veloci), è complessa la sua poetica e forse persino la sua copertina, di quell’arancione acceso e la foto della testa d’orso fuori fuoco (impressionato? curioso? stecchito? Fatto sta che Stipe ha recentemente dichiarato che si tratta di una delle poche cose che oggi, a vent’anni di distanza, cambierebbe di Monster).

Però quella frase lì all’inizio, «withdrawal in disgust is not the same as apathy» (pescata dal mazzo di carte Oblique Strategies, create da Brian Eno e Peter Schmidt per aiutare i musicisti a superare il blocco dello scrittore) offre una parziale spiegazione: Monster è la reazione dei R.E.M. ad un contesto che, attorno a loro, stava assumendo contorni di follia ed isteria di massa.

Tra le possibili vie d’uscita – abbracciare tutto e tutti e lasciarsi andare, sabotare il successo o crearne una parodia usando stilemi sonori che allora andavano per la maggiore – Stipe e soci scelsero quest’ultima strada, consapevolmente e con una certa dose di immedesimazione.

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