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R.E.M. – R.E.M. At The BBC

Con R.E.M. At The BBC prosegue l’operazione di apertura degli archivi dei R.E.M., che negli ultimi anni ha portato alla gigantesca 25th anniversary edition di Automatic For The People, a Unplugged 1991/2001, al dvd R.E.M. By MTV.

Parliamo qui dell’edizione completa, quella formata da otto dischi ed un dvd e non di The Best Of R.E.M. At The BBC, perché quei due cd sembrano compilati a casaccio e mancano comunque completamente il punto: ascoltare per intero le session di volta in volta registrate da Stipe & co. per la BBC.

A dirla tutta, gran parte del materiale risale al periodo di Up e successivo: comprensibile se si considera che sinora è il meno esplorato per le riedizioni, ma tutti quelli che ritengono che dalla separazione da Bill Berry in poi i R.E.M. siano stati una band che si accontentava di vivacchiare non ne saranno soddisfatti.

Però la performance al festival di Glastonbury del 1999 (per intero), le Peel Session del 1998 e varie apparizioni su Radio 1 e Radio 2 risalenti al 2003 e 2008 (l’ultimo anno considerato, quindi niente da Collapse Into Now) sono l’ennesima occasione per ricredersi, soprattutto davanti a brani minori (?) come Walk Unafraid, Bad Day, The Apologist, Why Not Smile, Leaving New York, Boy In The Well, Aftermath, che dal vivo scintillano (senza contare le varie Daysleeper, Lotus, At My Most Beautiful, Imitation Of Life, che fanno categoria a sé e a prescindere).

Il vero tesoro di R.E.M. At The BBC è comunque altrove.

Il terzo disco racchiude il live al Rock City di Nottingham ed è un’archeologia meravigliosa: è il novembre del 1984, siamo a metà strada tra Reconing e Fables Of The Reconstruction e quello dei R.E.M. è un jingle-jangle furioso, a tratti sguaiato, immaginifico, che letteralmente esplode da brani come Pretty Persuasion, West Of The Fields, Second Guessing, So. Central Rain (I’m Sorry), Gardening At Night, Radio Free Europe. Il loro impeto, qui, è ancora puramente sudista e scevro dalle suggestioni politiche che avrebbero animato Life Rich Pageant e Document. L’opportunità di ascoltare quelle canzoni dal vivo, fresche e non mediate dell’esperienza degli anni successivi è un impagabile.

Il quarto ed il quinto disco contengono la performance a Milton Keynes del 30 luglio 1995; spesso ci si ricorda di quel periodo solo per una canzone oggettivamente immortale come What’s The Frequency, Kenneth?, ma c’è molto altro perché Monster è un album tanto bizzarro quanto affascinante, partorito nel momento di maggior esposizione mediatica della band ed in un mondo che da pochissimo aveva perso Kurt Cobain.

Non solo traspare tutta la noia dei R.E.M. per i suoni acustici che avevano caratterizzato i loro bestseller Out Of Time e Automatic For The People (e ancora prima Green per buona metà), mantenuto solo dove strettamente ineludibile (Losing My Religion, Half The World Away), ma un certo sdegno per tutto il resto, per tutto quel circo: il suono è brutale, diretto, senza finiture, la voce di Stipe su Get Up è proprio una presa per il culo, quasi tutte le canzoni sono introdotte da «here’s another song» o peggio («volete altra acqua? non abbiamo acqua, solo del tè che ci hanno lasciato i Radiohead, ma non potete averlo: è nostro»; «questa canzone non parla di pompini»), Monster viene suonato quasi per intero e le anticipazioni da quello che sarebbe diventato New Adventures In Hi-Fi sono ancora più estreme (Departure è ben oltre il limite dello psicotico e Undertow un incubo). Un live che è disaffezione, pentimento, sofferenza, sberleffo.

Queste sono le cose che certamente impreziosiscono (molto) R.E.M. At The BBC, che documenta anche una estrema bizzarria come la cover acustica di Munich degli Editors e un momento magico come E-Bow The Letter in compagnia di Thom Yorke; (è blasfemia dire che su quel brano sta molto meglio lui che Patti Smith?).