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R.E.M. – Up

Up è scoprire i R.E.M. a quattordici anni, innamorarsi, non tornare più indietro.

Up è anche un tempo (l’ultimo tempo) in cui serviva un poco di intraprendenza per mettere insieme delle informazioni.

In che senso i R.E.M. del 1998 fossero una band completamente diversa dal loro recente passato, che fine avesse fatto Bill Berry, per quale ragione il suono di Up fosse considerato lontano da qualunque cosa avessero prodotto sin lì, quale valore attribuire al fatto che per la prima volta Michael Stipe avesse acconsentito a stampare i testi nel libretto dell’album.

E proprio infilare la testa in quelle liriche, guidati dalla sua voce, rimane forse la parte più sconvolgente di quella scoperta: come trovarsi a scorrere un libro, un romanzo di formazione zeppo di parole oscurate, parole incomprensibili, pagine mancanti, pagine strappate e allora incollate a caso.

I 6/8 del singolo d’apertura – Daysleeper, roba che oggi passerebbe a stento sulle nostre radio, mentre vent’anni fa era ovunque – e la sua sfinita celebrazione della notte erano qualcosa di inedito e familiare, intimo e affine; con l’orecchio di allora sembrava un brano folk inzuppato di bagliore futurista.

Le drum machine e i sintetizzatori, immaginare un’ambientazione per il pulsare minimale di Airportman (quella delle primissime ore del giorno, immerse in un’efficienza meccanica e quasi immobile prima della frenesia), quanto in là poteva arrivare la voce di Stipe su In The Air prima di quell’arpeggio acustico e dirompente e quanto invece fosse vicina in Why Not Smile, il flusso di coscienza a perdifiato di Hope e la dolcezza ipnotica di Suspicion, Walk Unafraid che avrebbe potuto essere rock’n’roll invece era tutta fierezza al neon, il glam spaziale di Lotus, i gatti cattivi di Parakeet, la chiusura con Falls To Climb che è l’irruzione di un tambourine man nel bel mezzo di un’esecuzione, durante le ultime parole del condannato.

Ed esistono ancora poche, pochissime canzoni di puro amore migliori di At My Most Beautiful, l’unico brano che sembrava effettivamente eseguito con strumenti identificabili.

Ci sarebbe voluto del tempo per accorgersi che i R.E.M., prima ancora di reinventarsi, stavano trovando un modo di sopravvivere e di colmare un vuoto enorme.

Con già oltre quindici anni di avventure alle spalle, lo stavano facendo abbracciando un’idea/concezione del futuro che era già vecchia e cheap: a due anni dal giro del millennio stavano gridando «hey! nel 2000 le automobili voleranno e andremo a vivere su Marte!». Lo stavano facendo consapevolmente o Up era un parto totalmente confuso?

Certo la retromania non era ancora moda: oggi Up, preso così senza sapere da dove arriva, è un album difficile da collocare temporalmente. Tardi ’70 potrebbe essere una risposta verosimile, (fortunatamente) non suona come nulla d’altro prodotto nella seconda metà degli anni ’90, dove la corsa verso il countdown era scintillante, i suoni affilati e il tappeto rosso appena spolverato.

Ma molta di quella roba è invecchiata malissimo e questo disco no, nemmeno la sua emotività traballante: è un manuale per adulti impacciati (they claim to walk unafraid, l’ll be clumsy instead: love me or leave me high), parla di menti eccelse e perse («this May be a lip invention, professor muddled in their intention to float their malcontent») ed è zeppo di finali inverosimili («you wake up in the morning to warm Pacific breeze, where mean cats eat liquorice and cannot climb the trees»).

Il fatto che Michael Stipe lo abbia sempre considerato troppo lungo, un po’ noioso e mixato male supporta la tesi che Up sia un tiro del tutto involontario. Questo ragazzo ringrazia e lo rimette da capo anche oggi come succede diverse volte all’anno da vent’anni.