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R.E.M. – Green

«Smettete di scrivere canzoni in stile R.E.M.»: pare che questo sia stato l’ordine impartito da Stipe ai suoi compari in vista del debutto su major. Si sarà poi reso conto di non essere stato preso granché sul serio, perché Green non sembra affatto avulso dal suo passato, pur incorporando alcune marcate novità.

In particolare, episodi come World Leader Pretend, The Wrong Child, You Are The Everything e Hairshirt anticipano – solo con melodie meno efficaci – quel suono acustico che i R.E.M. abbracceranno nei primi anni ’90 e che troverà il suo massimo fulgore in Automatic For The People.

Registrato a Nashville, leggenda vuole che fosse originariamente inteso come un album diviso rigorosamente in due parti (elettrico/acustico): un’idea preso abbandonata, ma che forse avrebbe messo un po’ di ordine in un eclettismo che sembra a tratti sconfinare nell’incertezza. Alla ricchezza strumentale di quei brani (mandolini, pedal steel guitar, fisarmoniche), si contrappongono alcune composizioni quasi monolitiche come I Remember California e Turn You Inside Out e, ancora, melodie elettriche orecchiabili sulla scia di The One I Love come Popsong 89, Stand (con la sua spaesante geografia e un’inedito esibizionismo di wha-wha ad opera di Buck) e la più immaginifica di tutte, Get Up (a quanto pare, Mike Mills apprese solo un decennio dopo di esserne il soggetto).

Insomma Green pare un album in cui i R.E.M. sono più che altro alla ricerca di loro stessi, transitorio; in questa sorta di limbo, i testi rifuggono per la prima volta da qualche tempo (Document, Lifes Rich Pageant) ogni implicazione strettamente politica e si assestano verso un esistenzialismo malinconico – che negli anni a venire sarà portato alle massime conseguenze – che tende a riconciliarsi direttamente con Murmur (dirà Stipe: «l’ho sempre tenuto presente, per tutto il tempo che abbiamo lavorato a Green. Dalla copertina agli armamenti delle canzoni al mondo in cui sono state realizzate, secondo me esistono vari punti di contatto. Firmare per una nuova casa discografica per noi fu come ricominciare da capo»).

Nonostante questo mood decisamente diverso – che porta con sé alcuni brani che all’epoca lo stesso Sipe definì «la musica più sciocca che abbia mai sentito, ma ammiro il coraggio dei ragazzi altri per averla scritta» – la band tentò comunque di dire la sua: Green venne pubblicato lo stesso giorno in cui gli Stati Uniti scelsero tra George Bush e Michael Dukakis, ma l’idea di comprare spazi pubblicitari sui giornali per piazzare fianco a fianco la copertina del disco e una foto di Dukakis, con la didascalia «there are two things to do on election day» non fu portata avanti (simbolicamente, fallì anche il tentativo dei Democratici di tornare alla presidenza dopo gli anni di Regan; meno di un mese più tardi, un ubriachissimo Peter Buck urlerà ad un giornalista del Melody Maker: «siamo dei maiali! Noi americani sono dei maiali! Puoi scriverlo. E sai cosa? Voglio essere un maiale con una pistola! Sono furibondo, ho voglia di fare fuori qualcuno. Prima George Bush e poi tutti quelli che hanno votato per lui. Odio questo paese, davvero, odio l’America. Siamo diventati dei bastardi egoisti. Se Adolf Hitler tornasse e dicesse «non aumenterò le tasse!» vincerebbe le elezioni a mani basse. Ma me ne lavo le mani. Non me ne frega più un cazzo. Praticamente siamo una nazione di grassi rivenditori di auto usate che pensano solo a proteggere la propria ricchezza. È quello che siamo, e mi disgusta!»).

Green, insomma, rappresenta i R.E.M. al massimo del loro tentativo di disimpegnarsi, ma proprio in questo allora impallidiva a confronto con la maggior parte dei dischi che avevano prodotto sino a quel momento; con il senno di poi, anche tutto quello che venne dopo il 1988 gli è decisamente superiore.