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Radiohead – In Rainbows

Semmai vi trovaste a mezzavia tra Londra e Bristol, potreste passare a dare un’occhiata al posto dove In Rainbows è stato registrato: la Tottenham House è una enorme residenza persa nella campagna del Wiltshire, fatta di oltre cento stanze che fino agli anni ’80 ospitavano un college, poi una clinica per eroinomani, poi più nulla.

Tra tutti i suoi ambienti uno in particolare era sembrato perfetto: una gigantesca sala rotonda in cui i Radiohead poterono sistemare tutti gli strumenti ed il necessario alla registrazione, e suonare guardandosi negli occhi. Ma per il resto era un enorme rudere del 1700 pronto per essere abbattuto, zeppo di veleno per topi ed insetti, senza una finestra sana e scollegato dalla rete fognaria. Non il posto migliore in cui trovarsi in pieno autunno: «stava arrivando la brutta stagione e noi vivevamo fuori, accampati in delle roulotte. Quel posto era decrepito, ma lì sviluppammo effettivamente tutte le idee per le canzoni; avevamo anche allestito una stanza con solo una batteria, una chitarra e un amplificatore, lì suonavamo pessimo blues rock fino alle tre del mattino giusto per il gusto di farlo».

In Rainbows nasce da una esperienza impervia non solo dal punto di vista logistico: Thom Yorke e i suoi giravano attorno a queste canzoni da anni, e avevano iniziato a tentare di venirne a capo immediatamente dopo Hail To The Thief; come falene istintivamente attratte dalla luce, ne avevano ricavato solo scottature. Alla Tottenham House, dopo un tour negli States liberi da ogni vincolo (anche contrattuale: l’accordo con la EMI era ormai terminato), tutto iniziò ad andare un po’ meglio e prendere forma. Seguì un enorme lavoro di editing e produzione per selezionare i migliori frammenti da ciascuna esecuzione: questi vennero poi assemblati nei brani che conosciamo dal 2007.

Insomma, il processo creativo che ha infine generato In Rainbows non è distante dalla gestazione di Kid A; come a volte accade, il risultato finale differisce per un solo gene: stavolta i Radiohead resistettero cocciuti fino a dominare il caos (con l’apporto fondamentale di Nigel Godrich a mettere ordine) anziché lasciarsi andare al destino.

Al primo impatto In Rainbows sembra molto semplice, ma è un trucco. Ecco il punto: poggia su canzoni – nate, appunto, provando e riprovando – non su suoni; e queste canzoni (che per molti aspetti sono più efficaci di quelle del suo predecessore) sono avviluppate in arrangiamenti molto laboriosi, ma tutti in punta di piedi. E’ do-it-yourself quanto qualsiasi altro disco nato in sala prove, solo ad un livello eccelso.

Il risultato è che l’attenzione vaga, sempre: è come tentare invano di fissare un solo puntino luminoso fermo su un orizzonte in continua evoluzione.

Dopo pochi secondi, con l’innesto della chitarra sul canale sinistro, 15 Step smette di essere un outtake da Kid A e inizia a dimenarsi tra le dinamiche discendenti del basso, le ritmiche (soprattutto sintetiche) e i sintetizzatori spettrali: è un dancefloor, ma Thom sta dipingendo un’ascesa al patibolo;  le chitarre abrasive di Bodysnatchers nascondono quelle acustiche e l’orchestra; in Nude, la voce di Yorke sale angelica come in certe svolte di The Bends; Weird Fishes/Arpeggi è una corsa sfiancante fino al culmine lirico di «I’ll hit the bottom, I’ll hit the bottom and escape»; in Videotape Phil Selway si prende la scena scandendo tempi impossibili figli dei Boards Of Canada, nonostante la sconvolgente storia di filmare la propria fine alle porte dell’inferno; House Of Cards trascina via al ritmo di una spettrale  bossanova, lasciandosi dietro Tom Yorke a mormorare «I don’t want to be your friend, I just want to be your lover / no matter how it ends, no matter how it starts…», cioè è una cosa di un romanticismo ardente ed inaudito, del tutto inedito per i Radiohead; ogni microscopico suono di All I Need, e così la sua melodia, sono spinti a fondo dalla pesante interazione basso/batteria/pianoforte.

Ma In Rainbows è un veleno dolcissimo: la sua tenerezza tesa e delicata finisce per offuscare la soffocante claustrofobia di cui è pervaso; messa da parte ogni rivendicazione politica o qualsivoglia astrattismo, Tom Yorke trascina per la prima volta dopo molto tempo i Radiohead ad esplorare un io inquietante, una prima persona che è la stessa che esprimeva tutta la propria ansia in No Surprises, ammonita dalla voce robotica di Fitter, Happier.

Ed ecco com’è andata a finire dieci anni più tardi: passioni da consumare con l’ardore del tempo che scivola via, nessuna fuga dall’involontaria corsa verso un orizzonte sempre più stretto, ingabbiati in un corpo che nella migliore delle ipotesi finirà mangiato da piccoli pesci bastardi, rapporti umani che si infrangono come onde su di una spiaggia immacolata; in tutto questo, brevi spunti di umanità che sono pura ribellione.

E la bellezza può nascondersi a lungo, magari offuscata dalle imperfezioni e frantumata in mille dettagli, per poi manifestarsi – transeunte – in solo attimo di chiarezza abbagliante; possiamo girare attorno alle cose all’infinto pensando di non coglierle mai a pieno, salvo accorgerci improvvisamente che stava già tutto lì: la lucidità è questione altrettanto imprevedibile, ma forse ogni tanto va aiutata.

A volerne trovare uno, questo è il senso di In Rainbows e tale è rimasto dopo un decennio di ascolti ogni volta più sbalorditi.