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Radiohead – The Bends

radiohead_the_bendsIn qualche modo è giusto pensare che Pablo Honey sarebbe oggi relegato ad un culto più che sotterraneo se non fosse per Creep.

E questo anche se, girata quella orripilante copertina, la tracklist comunque rivela diverse cose notevoli (Anyone Can Play Guitar, Thinking About You, Ripcord, Stop Whispering) e tutto il disco vive di uno stralunato intarsio di chitarre.

Il punto è che quel debutto è inevitabilmente oscurato dalla grandezza di tutto quello che è venuto dopo, oltre i suoi demeriti. E, comunque, il salto che i Radiohead fecero da lì al successivo The Bends è abissale.

Pubblicato nel giugno del 1995, The Bends muove i suoi primi passi incerti un anno e mezzo prima, quando la EMI rinchiude Thom Yorke e gli altri ai RAK Studios di Londra in compagnia del produttore John Leckie (nel suo curriculum, tra le altre cose, il debutto degli Stone Roses) e il geniale fonico Nigel Goodrich (che poi sarà sempre al loro fianco). Quello che la casa discografica si aspettava (o meglio, pretendeva) era un’altra hit, un’altra canzone che avesse la forza dirompente di Creep – e se poi avesse funzionato anche in UK e non soprattutto in USA (come Creep, appunto) tanto meglio.

Ma i Radiohead proprio non ce la fanno, girano a vuoto per metà del 1994, la pressione della EMI – dissero poi – li stava portando alla paranoia.

In questo clima, il ruolo di Leckie si rivelò fondamentale: fu lui il cuscinetto tra tante pretese e la band, non forzando mai la mano e lasciando che i cinque di Oxford lasciassero pian piano crescere le loro cose e anzi, incoraggiandoli a sfruttare le potenzialità tecniche dello studio.

Ancora prima che compositivo, il salto triplo da Pablo Honey è tecnico: i RAK Studios (ed Abbey Road poi) e l’approccio di Leckie non avevano mutato l’essenza del suono della band, ma avevano spalancato a Yorke e ai suoi un universo di possibilità fino ad allora impensabile.

Sono nate così le canzoni mai troppo semplici né eccessivamente intricate che compongono The Bends e lo rendono meraviglioso oggi, anche 20 anni più tardi.

Lì dove Planet Telex – spogliata della sua sovrastruttura costantemente ondeggiante e (quindi) ipnotica – rimane un insieme di tre-accordi-tre, la linearità di Fake Plastic Trees si gonfia fino a diventare una mini suite di archi e distorsioni che accompagna il genio lirico, fantasioso – e perché no? – adolescenziale (nel senso recentemente indicato da Kip Berman dei The Pains Of Being Pure At Heart) di Thom Yorke.

Se i continui cambi di stile della title track enfatizzano situazioni e metafore del successo (solitudine, isolamento, una riemersione in stato di embolia), nulla tolgono a quello che a conti fatti è il brano più immediato del disco e che fece sperare/temere a molti che i Radiohead diventassero «i nuovi U2»; le chitarre zeppe di effetti di My Iron Lung e Just svelano inconsciamente il suono di Ok Computer; Bullet Proof.. I Wish I Was e (Nice Dream) sono nenie interstellari e anche dove i Radiohead ripescano a piene mani dal loro passato remoto (High And Dry è una composizione che risale a molti anni prima, quando Yorke si divideva tra gli On A Friday e gli Headless Chicken) trovano la quadra.

E in chiusura, Street Spirit (Fade Out) è solo un arpeggio ascensionale che pesca dal folk, da una tradizione cantautorale che sembra del tutto aliena al bagaglio della band ma che i Radiohead – di fatto – ripropongono in versione postmoderna e celestiale.

Il tutto senza considerare che se il suono è certamente il tratto distintivo di The Bends, questo è anche l’album che consacra Thom Yorke, i suoi testi, le sue tematiche e il suo espressionismo.
Si va dal linguaggio medico facilmente rintracciabile nelle liriche (Bones, The Bends, My Iron Lung – qualcosa di meno marcato rispetto ad In Utero ma che certamente traccia una linea comune con l’ultimo disco dei Nirvana), si passa attraverso l’influenza delle macchine e della tecnologia sulla vita e sulle emozioni (un tema che poi deflagrerà in Ok Computer) e si arriva, di lì, all’alienazione raccontata e filtrata attraverso visioni personalissime.

The Bends sono i Radiohead come ancora non li si era mai sentiti, ma anche come non li si sentirà più: la cosa più straordinaria è che questo vale per ogni successivo disco da qui in poi.

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