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Ride – Nowhere

Un inizio abbastanza comune e molto lineare: tre amici di Oxford, trasferitisi a Banbury per studiare alla Oxfordshire School of Art & Design, e un commesso del locale Our Price formano una band.

Una loro demo finisce nelle mani di Alan McGee – l’uomo senza il quale probabilmente la storia della musica avrebbe avuto un corso diverso – e da quel momento i Ride diventano il gruppo di maggior successo della Creation (fino all’avvento degli Oasis).

Andy Bell, Mark Gardner, Loz Colbert e Seve Queralt condividono una sfrenata passione per gli Smiths (eroi appena dissolti), ma consumano anche le uscite dei (primissimi) My Bloody Valentine e Sonic Youth, dei Wedding Party, dei Jesus And Mary Chain, di House Of Love, Flatmates, Cocteau Twins, Spacemen 3 e quando gli Stone Roses si presentano al mondo con il loro eponimo debutto impazziscono; in questo non sono diversi da centinaia di migliaia di coetanei, dai quali però li distingue il senso estetico: adorano l’azione pittorica di Jackson Pollock, Rothko, De Kooning.

Dovrebbe poi rimanere negli annali – e forse essere d’esempio per modellare le “scuole d’arte” ad ogni latitudine – la reazione del loro college ai primi concerti: «beh ragazzi, non bisogna per forza attenersi al programma di studi: avete trovato la vostra arte».

Proprio in quelle occasioni scoprono un trucco sul quale avrebbero poi modellato la loro intera parabola: il terrore che li attanaglia sul palco di colpo sparisce alzando il volume degli strumenti fino a creare un’amalgama sonora in grado di stagliarsi su tutto il resto.

Dopo i tre ep pubblicati tra il gennaio ed il settembre 1990Ride, Play e Fall, che si piazzano in ottime posizioni di classifica – i Ride hanno però sostanzialmente finito le canzoni; Nowhere, primo LP che arriva sul mercato  il 15 ottobre di quello stesso anno, è di fatto un nuovo incipit.

Curiosamente, le prime note sono un pedissequo richiamo a Taxman – lo stesso giro di basso già copiato dai Jam esattamente un decennio prima (Start!) – ma lì inizia e finisce ogni accenno ai modelli classici; Nowhere nasce da una visione precisa, cioè l’immagine poi finita in copertina: un’onda – inquietante e assai iconica – che taglia in due uno spazio del quale non si conoscono i contorni; proprio quell’onda è l’unico elemento che permette di contestualizzare, è una cornice dentro il quadro.

Il primo impatto è quindi ingannevole, il debutto dei Ride non è un concept album – almeno non un concept incentrato sul mare (nonostante titoli come Seagull, Polar Bear e Vapour Trail) – ma la chiave di lettura sta nel suo titolo: nowhere, nessun luogo; o, ancora più subdolamente, il vuoto.

Il suono sprigionato in (e da) questo disco, esattamente come un sonar, è lanciato ad esplorare i confini di una spazialità all’inizio indefinita, restituendone via via i contorni.

Le chitarre di Gardner e Bell volteggiano e riverberano di un’elettricità minacciosa, intense come vento che modella la superficie delle cose; allo stesso tempo, le loro litanie melodiche occupano lo spettro senza mai saturarlo, la sezione ritmica particolarmente propulsiva pare rimbombare ovunque.

Merito, certo, di un approccio allo studio di registrazione ingenuo e (quindi) creativo, merito di Marc Waterman, in quel momento semplice tecnico della EMI, ma con cui i Ride si trovano così bene da affidargli l’intera produzione dell’album (da lì fini per collaborare, tra i molti, con Elastica, Depeche Mode, Ash e Swervedriver).

In questo, Nowhere è unico anche nella stessa discografia della band: poco dopo non perderanno l’attitudine ad infilarsi in improvvisate nuvole zuccherine, in cui il pop anni ’60 si innervosisce fino a traboccare (Taste, Here And Now), ma il loro approccio diventerà molto più concreto.

Qui, invece, ci si muove sul filo etereo ed incerto dell’esplorazione, con la realtà che emerge solo a tratti e molto confusa – come in Paralysed, che se ne sta tutta sospesa finché dalla finestra dello studio non entra il rumore dei riots in corso giù in strada: un elemento concreto in mezzo alla grande figura (esattamente come la copertina) che permette di collocare i Ride in coordinate spazio temporali precise (sono i pool tax riots di sabato 31 marzo 1990) e, contemporaneamente, di interrompere l’ipnosi.

L’inquietudine dei Ride non sarà mai più così vivida come in Nowhere: prenderà altre strade ugualmente affascinanti, solo non battute da Il Gabbiano Johnatan Livingstone, dala famiglia Glass di JD Salinger e intrise di un certo smarrimento post-adolescenziale.

2 comments on “Ride – Nowhere

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