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Rolling Blackouts Coastal Fever – Hope Downs

Un ep che li ha fatti notare (Talk Tight) ed il successivo – meraviglioso – uscito infatti per la Sub Pop (The French Press): era ora di misurare i Rolling Blackouts Coastal Fever sulla lunga distanza.

L’operazione non riesce granché, Hope Downs tira giusto pochi minuti il più degli episodi precedenti; però gli australiani sembrano aderire all’idea (corretta) che sia meglio un album coinciso, da rimettere subito da capo una volta finito, piuttosto che un’opera in cui sguazzare a lungo e poi abbandonare lì pur godendone.

E ancora: in questi pochi minuti succedono comunque moltissime cose tutte insieme, perché ci sono ben tre chitarre, tre voci e tre scritture diverse (Tom Russo, Fran Keaney e Joe White) a mischiare stili e scambiarsi i ruoli, riunite tutte attorno ad una sezione ritmica propulsiva e spesso prepotente.

Interazioni che creano un situazionistmo gioioso, insulare e scheggiante: Hope Downs vive di un indomito jingle-jangle, che certo ha radici profonde ma che i Rolling Blackouts Coastal Fever sanno rivitalizzare con l’animo vivace di chi è cresciuto a due passi dalla spiaggia. E’ comunque troppo complesso per essere un party, ma nemmeno così cerebrale da suggerire che i ragazzi stiano a proprio agio tra i più nerd della classe.

La meraviglia sonica di questo album (roba che a metterlo in cuffia è facilissimo perdersi a seguire quello che accade su un canale, sull’altro, o su entrambi assieme) fa il paio con la sottile malinconia che lo anima; quel genere di malinconia geografica (Hope Downs, di per sé, è un’enorme miniera sperduta nel Western Australia) che solo una vastità immensa e certi cieli troppo azzurri riescono a creare, perché disperdono le energie nervose ed i ricordi, rendono difficilissimo concentrarsi su altro che dettagli e reagire alle afflizioni quotidiane.

In questo, il debutto dei Rolling Blackouts CF è puro horror vacui, poco cambia che si tratti di tornare alle radici di un cognome (quello dei fratelli Russo: Mainland, pur se in modo assai traverso, pare connettersi in qualche modo agli approdi Siciliani delle rotte della speranza), di un suono (per un attimo, e per uno soltanto, l’intro di Cappuccino City è Was There Anything I Could Do? dei connazionali Go-Betweens), di un sentimento perso negli angoli bui della memoria («you walk past the wall you first kissed her against, how could you forget?»).

Hope Downs è distante da tutto e, allo stesso tempo, terribilmente intimo.