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Smashing Pumpkins – Gish

Gli Smashing Pumpkins bussarono alla porta di Butch Vig con un budget sufficiente a coprire un intero mese di registrazioni: lui quasi non poteva crederci.

Vero che aveva appena chiuso una grossa produzione – una cosa arrivatagli all’ultimo, una certa band di Seattle che però era riuscita a suscitare l’interesse di una major, quindi muoveva già un discreto mucchio di dollari – ma di solito i suoi clienti potevano permettersi al più una settimana in studio, cioè il tempo per registrare senza badare troppo ai dettagli.

Questa volta, invece, avrebbe potuto lavorare di fino. E poi a capo della band c’era questo ragazzo – William Patrick Corgan Jr. – che sembrava molto convinto, persino sfacciato, e che aveva un sacco di idee interessanti.

Dal canto suo Billy Corgan trovò in Butch Vig un produttore pronto ad incoraggiarlo, disposto ad ascoltarlo e, più in generale, a non bollare come fantasie le idee tecniche di un ragazzo di ventitré anni che per la prima volta pretendeva mettere piede anche dall’altro lato della consolle.

Finì che i due, insieme al batterista Jimmy Chamberlain, si tapparono negli Smart Studios di Madison, Wisconsin, lavorando più di dieci ore al giorno per intere settimane. Ne uscirono con un album che nel titolo omaggiava la diva del cinema muto Lilian Gish – «mia nonna, che viveva praticamente in mezzo al nulla, mi raccontava spesso che uno dei giorni più straordinari della sua vita fu quando Linian Gish passò per la sua cittadina a bordo di un treno diretta da qualche altra parte», avrebbe poi ricordato Billy Corgan – e che suonava, in qualche modo, pure troppo perfetto per essere un’opera prima.

Nel corso degli anni Corgan avrebbe dato una risposta estremamente lucida all’accusa secondo cui gli Smashing Pumpkins sembravano crederci troppo, sembravano troppo perfetti e addirittura lavoravano troppo: «abbiamo un’etica working class. Veniamo da Chicago, perciò per noi le cose stanno così: work or die. Non c’è altro. E poi vaffanculo, hai idea del posto dal quale stiamo scappando?».

L’essere nati e cresciuti nella città del vento è anche il motivo per cui i Pumpkins non suonavano come nessun altro e Gish, nel 1991, somigliava solo a se stesso: i ragazzi non avevano idea di cosa stesse succedendo a New York, a Los Angeles, o da qualunque altra parte; erano isolati e non subivano l’influenza dei contemporanei.

Piuttosto, Corgan aveva sviluppato un orecchio incredibile per una produzione levigata e  puntigliosa, per arrangiamenti ricchissimi e quasi barocchi; lo aveva fatto muovendosi dai dischi che avevano catturato la sua immaginazione da piccolo (su tutti: Masters Of Reality dei Black Sabbath) verso il classic rock della Electric Light Orchestra, dei Chicago, e prestando attenzione a certi trucchi dei Queen.

È questa la ragione per cui – nonostante gli elementi predominanti di Gish siano due e due soltanto: chitarra e batteria – il disco è zeppo di pause, saliscendi, crescendo ed aperture trionfali contrappuntate da parentesi di semplicità affollatissima. Eppure ha un suono compatto, denso e tirato, che risponde perfettamente all’esigenza principale dei Pumpkins dell’epoca: arrivare a tutto il pubblico dei posti in cui si trovavano a suonare, destando i distratti e caricando gli esaltati.

È lo show di Corgan, che da vero maniaco del controllo suona tutti gli strumenti tranne la batteria (così relegando al ruolo di comprimari James Iha e D’arcy Wretzky), e davvero poco importa cosa voglia dire: le sue liriche viaggiano in una zona grigia tra spiritualità, abbandono, perdono e redenzione, non trascurando sponde psichedeliche. Pur non essendo il baricentro del disco, però, i testi contribuiranno in senso decisivo ad inserire gli Smashing Pumpkins nello stesso filone gotico e dark di Joy Division e Cure.

Ci sarebbe anche il fatto che il suo modo aggressivo, ossessivo e stilisticamente perfetto di suonare lo rendono sin da subito un guitar hero: è una questione troppo spesso trascurata in favore di altri aspetti della sua personalità e del suo genio, ma da questo punto di vista Gish mette le cose in chiaro sin dal principio e le quattro tracce iniziali sono un vero e proprio assalto.

I Am One muove su un riff hard rock incattivito, sfocia in un assolo stridente e poi plana sul basso lasciato solo a mangiarsi il tema principale; Siva pare andare ai mille all’ora, però almeno un paio di volte rallenta fino ad inchiodare anche se solo per rilanciarsi mandando in rosso ogni sensore; in Rhinoceros prevalgono atmosfere dreamy, ma è una nenia metallica e luccicante, uno sfasamento continuo; Bury Me un continuo ribollire sonico e poi verso i 3′ il break di chitarra lancia in cielo di tutto.

Gish non prosegue su queste vette: i Pumpkins arriveranno ad un songrwiting ben più consistente di quello che anima brani soffici come Day Dream (Cocteau Twins o My Bloody Valentine, il richiamo è palese), Crush e Suffer; allo stesso modo, impareranno a concentrare meglio le energie nervose di Tristessa, Snail e Window Paine.

Ma è qui l’inizio del mito, della storia straordinaria che brucerà gli anni ’90 fregandosene del grunge, del music business e di tutto il resto. Billy Corgan arriverà definitivamente a fregarsene di tutti gli altri, ma questo è un racconto che meriterebbe un capitolo a parte.