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Stars – No One Is Lost

starsnooneislostLet’s be young
let’s pretend that we never will die
let’s imagine that no one is lost
it’s not easy but we got to try,
and she said
I don’t care if we never come back from the night.

Una dimensione parallela: ecco cos’è la notte.
Possiamo usarla per riposare oppure rimanerne invischiati, ameno finché non torna il sole (finché in the morning you’ll wake up and make up yourself and move on).

Il contrario della luce, un pianeta gemello che non riusciamo mai a scorgere: così la definiscono gli Stars.

E non c’è video che tenga, non c’è ritornello perfetto a convincerci che non stiano parlando del suo lato festaiolo ma di qualcosa di più profondo.

La notte è dimensione – appunto – dalla quale ogni tanto qualcuno rimane inghiottito, in cui prendono il sopravvento i sogni (ma anche, o forse soprattutto) i rimpianti, la paura (di rimanere da soli, di svegliarsi, o entrambe le cose insieme), una sorta di realtà alterata e persino abitata (there’s someone waiting for you, and they’re from the night).

From The Night, ingannevole introduzione a questo No One Is Lost, è uno dei grandi colpi che ogni tanto gli Stars tirano fuori, al pari di Your Ex-Lover Is Dead, Take Me To The Riot, o la geniale ed irrispettosa cover di This Charming Man molti anni fa.

È vestita a festa, luccica e trascina, ma la gloriosa malinconia che trasmette finisce per prendersi tutta la scena e scava a fondo di quel the night starts here: forget your name, forget your fear… che già ci avevano fatto ripetere come un mantra (a proposito: aggiungere anche questa alla lista di cui sopra).

Ma come spesso succede con gli Stars, From The Night è uno strepitoso artificio sonoro, un trucco lungo 6’30” che getta nel cuore di questo settimo album che non poggia su ritmi disco: porta avanti alcune sonorità di The North (2012), gioca con i sintetizzatori a creare un esistenzialismo cheap e seducente, ma nulla di ballabile, nonostante il neon e i rollerblade.

Piuttosto, è un’epopea di solitudini, cuori infranti e vendette portata avanti a colpi di pop dalle tinte arty (This Is The Last Time, Are You Ok?) cori infantili (Turn It Up), surrogati di Debbie Harry (No Better Place) e qualcosa di meno riuscito perché troppo scontato (Trap Door).

Neppure è un concept sulla notte, quanto piuttosto sulla perdita e sul quel minimo sollievo che solo il sentirsi parte di qualcosa può offrire, foss’anche assolutamente vacuo (put your hand up, ‘cos everybody dies / put your hand up, if you know you’re gonna lose / put your hands up if you ever feel afraid).

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