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Taj Mahal – Taj Mahal

Leggenda vuole che Duane Allman fosse chiuso in casa con la febbre; da bravo fratellino minore, Gregg si preoccupò di portargli una bottiglietta di pasticche e una copia di Taj Mahal, questo disco blues appena pubblicato.

Quando Gregg tornò a trovare Duane, lui aveva  sparso in giro tutte le pasticche, aveva svuotato il contenitore e lo stava usando per suonare la chitarra: si sentiva decisamente meglio, aveva avuto un’illuminazione. L’anno successivo la Allman Brothers Band avrebbe fatto il suo esordio discografico.

L’aneddoto – vero o no, viene direttamente dai racconti di Gregg Allman – svela la portata dell’influenza dello stile sfoggiato da Taj Mahal nel suo primo album.

La copertina lo ritrae seduto su una sedia a dondolo sul vialetto di una casa diroccata, chitarra in grembo, stivali e cappello a falda larga: sembra un bluesman vecchio stampo e sembra un disco recuperato da chissà quale decennio ante-Beatles. Ma è il 1968.

Figlio di una cantante gospel e di un pianista jazz di origine caraibiche, nato ad Harlem ma cresciuto a Springfield, Massachusetts, nel 1964 Henry Saint Clair Fredericks Jr. si era trasferito in California e a Santa Monica aveva messo su una band con Ry Cooder. I Rising Sons avrebbero vita breve – troppo multietnici, commercialmente indigeribili per il tempo – ma furono stati il primo assaggio di music business per entrambi.

Ry Cooder sarebbe presto apparso al servizio di Captain Beefheart su Safe As Milk e da lì avrebbe iniziato il suo lavoro di richiestissimo session man (poi solista), Taj Mahal si trovò a lavorare con Muddy Waters, Buddy Guy, Lightin’ Hopkins e Howlin’ Wolf: in quel periodo stavano vivendo una seconda giovinezza, riscoperti dalle nuove generazioni attraverso i Rolling Stones e tutte le altre band che facevano del blues la propria architettura portante.

Per il suo eponimo debutto, Taj Mahal aveva sono un brano originale, E Z Rider; è carica di soul e swing, è meccanica e ballabile, è un ottimo esempio di quello che succederà sul successivo The Natch’l Blues. Per il resto si divertì a prendere una serie di vecchi blues e vestirli del suo eclettismo futuristico.

La sonnolenta Milk Cow Blues di Sleepy John Estes diventa Leavin’ Trunk: è solo l’inizio e lui ha già sfondato la porta con una certa foga, stridente ed irresistibile.

Così conciata – con l’assolo iniziale e tutti i successivi, e la sua attitudine spregiudicata – Statesboro Blues è la pietra fondante dell’intero southern rock, tutt’altro voltaggio rispetto all’originale di Blind Willie McTell. Everybody Oughta Make A Change, praticamente una carezza acustica nata tra le mani (ancora) di Sleepy John Estes, diventa la pirotecnica Everybody’s Got To Change Sometime. E via così, solo in un caso le reinvenzioni di Taj Mahal si avvicinano alla fonte: in Checkin’ Up On My Baby l’armonica trionfa come trionfava quella di Sonny Boy Williamson II.

Ma è una questione di produzione (curatissima, splendente, l’equivalente dell’attuale HD), di amplificazione, di come si muovono le dita sulla sei corde e di quanta elettricità si può caricare in una sola composizione mantenendo intatta l’attitudine povera del blues.

Per il resto, in questo sfoggio di potenza moderna (nel quale c’è anche lo zampino dell’amico Ry Cooder, ovviamente) non c’è dubbio che lo spirito di Henry Saint Clair Fredericks Jr. sia lo stesso dei padri riveriti («it’s not indigenous to a time or place, music is indigenous to the people!»).

Il suo non è certo un saccheggio in stile Led Zeppelin. Anzi stava mostrando una alternativa, stava mostrando come fosse possibile rendere attuale quel suono senza andare a cercare risposte dall’altra parte dell’Atlantico.