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The Black Keys – Brothers

Il blues è la musica del diavolo, anche perché, si dice, è ripetizione che costringe a misurarsi con la noia. Costringe un musicista a muoversi dentro un canone ben definito. Come non rimanerne intrappolati? Come schivare la banalità?

La via d’uscita scovata dai Black Keys parte da Akron, Ohio, città tanto famosa per (aver dato i natali a Lebron James e) la lavorazione della gomma che Dan Auerbach e Patrick Carney intitolarono il disco della (prima) svolta Rubber Factory (2004).

Brothers arriva dopo un paio di album forse non del tutto a fuoco. Un paio di quei tiri che si fanno prima di centrare il bersaglio. Arriva dopo le esperienze del duo con Danger Mouse (che ha prodotto Attack & Release, 2008) e le escursioni nell’hip hop (il progeto Blakroc). Dopo divorzi, casini, dischi solisti.

Brothers è un disco di black music con tanta di quell’anima dentro che ridicolizza ogni tentativo dell’hip hop attuale di inseririsi nella tradizione della musica nera.

E’ torbido, paludoso, lungo. Mischia blues in odor di zolfo con la cassa in quattro, il funk e il soul. Schizza lampi melodici incredibili (Next Girl, Tighten Up, The Only One), sale impuro come una febbre (Black Mud) e, annega, infine, nel soul Motown (Never Gonna Give You Up, Everlasting Light).

Brothers ha il suono intenso dell’euforia, dei cuori spezzati e di nottate passate a vendere l’anima al demonio.

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