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The Boo Radleys – Giant Steps

boo-radleys-giant-steps-300x300Si arriva in fondo alle diciassette tracce di Giant Steps e viene subito da pensare che dischi così non li fanno (quasi) più.

Insomma, di quelli da cui trasuda la voglia di strafottersene di cosa funzioni o meno sul mercato, di quelli che sono lunghi, complessi, che richiedono orecchie pronte e tanta passione e pazienza. Che la botta di adrenalina c’è, ma va cercata.

Perché sarebbe stato troppo comodo per i Boo Radleys accodarsi nel primo filone della cool britannia: sarebbe bastato rendere tutto meno difficile. Ma Martin Carr e soci non erano evidentemente i tipi: già si erano scelti il nome del matto dal cuore d’oro de Il Buio Oltre La Siepe, con i due dischi precedenti avevano flirtato con lo shoegaze ma in molti ancora dovevano accorgersi della loro esistenza.

Giant Steps (chiamato così in onore dell’omonimo lavoro di John Coltrane del 1959) esce nel 1993 per la Creation e, si dirà a posteriori, per 64 minuti i Boo Radleys sono stati la più grande band del mondo.

Dentro c’è di tutto: è un’opulenza spaventosamente intrigante, una ricchezza stilistica in stereo che sa di sfrenata libertà e voglia di osare. E non c’è un secondo in cui l’ascoltatore viene lasciato annaspare in cerca dell’uscita. È questa la vera forza dell’album: l’amalgama lisergica e leggera che rende il tutto stranamente compatto.

Apre le danze la classicissima (e atonale) I Hang Suspended, che lascia il posto al dub raschiato di feedback di Upon 9th And Fairchild, che si trasforma nel pop merseyside di Wish I Was Skinny, che collassa in Leaves And Sand, che inizia dolce e poi si arrotola shoegaze e violenta, per poi aprire la strada a Butterfly McQueen, schizofrenica, e alla filastrocca percussiva Rodney King (Song For Lenny Bruce), che in uno svolazzo diventa un arabesco di fiati (Thinking Of Ways): la giusta rincorsa per la strimpellante Barney (… And Me), che fa tanto XTC e cresce fino all’onda noise di Spun Around, le cui voci in loop si fanno da parte per l’attacco basso/batteria di If You Want It, Take It (“call the cops, and make it loud“), seguita da Best Lose The Fear; e Take The Time Around flirta con il grunge e poi – da brividi – in un attimo si salta nell’intro reggae di Lazarus, da cui emergono i fiati che fanno spazio alla melodia più cristallina dell’intero disco (c’è la mano di Alan Mouder), e di nuovo un intermezzo da fiaba (One Is For) seguito da un incubo di chitarre effettate e martoriate (Run My Way Runaway); I’ve Lost The Reason tiene fede al suo titolo e poi i Boo Radleys se ne vanno su The White Noise Revisited: corale e fanciullesca, sui fiati allucinati, verso il tramonto.

Non è una descrizione efficace: i Boo Radleys sono stati dei matti coraggiosissimi ed avventurosi. E ogni volta che ancora oggi qualcuno mette su Giant Steps, per 64 minuti almeno, sono the greatest band on the planet.

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