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The Congos – Heart Of The Congos

Quando i Congos si presentarono alla porta del suo Black Ark studio, la prima intuizione di Lee Perry fu quella di affiancare al falsetto di Cedric Myton ed al tenore di Roy Johnson il baritono Watty Burnett e tutti i Meditations, il gruppo vocale di casa.

La seconda fu quella di tenere lì al loro servizio Sly Dunbar, con il compito di scandire il ritmo e mettere ordine tra tutte quelle le percussioni ed il casino che lui stesso, lo scienziato (pazzo), si accingeva a combinare.

La terza… la terza, può che una intuizione, fu pura grazia. L’obiettivo dichiarato di Perry era di allontanare il reggae dalle città, estraniarlo da un contesto urbano ed artificioso e ruralizzarlo, farlo tornare alle sue radici (roots, appunto): con Heart Of The Congos, molto più che altrove, riuscì a concretizzare la sua visione (ed a provocarne tante altre, almeno secondo Rolling Stone che lo ha inserito tra i 40 album più sballati di sempre).

Fu realizzato nel corso di ben tre anni e infine pubblicato nel 1977, ma da allora non si è più sentito nulla del genere.

Le linee vocali si fondono in un unico canto che può essere prigionia e libertà, esoterismo e preghiera, resa e lotta, spirito e carne; queste armonie dolcissime galleggiano su un’amalgama indistinguibile – ma mai confusionaria – ottenuta processando il suono dei singoli strumenti in una miriade di apparecchiature (anche piuttosto malconce) ad alterarne l’intonazione, mandarli in loop, creare eco ancestrali.

Non pago, ovviamente, Perry aggiunse altri effetti e suoni a creare un vero e proprio ambiente: a volte si tratta di ritmi ottenuti con un campanaccio da mucca, ma la maggior parte delle volte potrebbe essere qualunque altra cosa, dal rumore di colpi di machete menati in tutte le direzioni per farsi largo tra il fogliame, a quello dei pesci che saltano fuori dall’acqua (forse).

Fatto sta che Heart Of The Congos è un viaggio mistico dal quale è difficile riprendersi e che necessariamente si affronta più d’una volta, ciascuna per motivi diversi e sempre appaganti: le parabole narrate dai Congos, le loro parole; oppure semplicemente le loro armonie naturali; o, ancora, il tessuto in cui tutto questo è avviluppato rimane – soprattutto in cuffia – un’insuperabile esperienza.