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The Jam – In The City

Il 20 maggio del 1977 i Jam debuttarono con questo album e sei mesi dopo diedero alle stampe anche il seguito, This Is The Modern World.

Voi che facevate a 18 anni? Tanti ne aveva Paul Weller nel ’77, ma aveva speso i precedenti cinque ad esibirsi prima nei working men’s club di Woking, poi nei pub, poi su palchi sempre un po’ più grandi e lontani da casa; prima suonando il basso, con il suo amico fraterno Steve Brookes alla chitarra, poi con i nuovi compagni di avventura Rick Buckler e Bruce Foxton, passando alla chitarra. Idolatrava Londra, la grande città (tanto da registrarne il suono), era un avido lettore del New Musical Express ed un maniaco dei sixties: i Beatles, i Kinks, gli Small Faces, la soul music; scoprì gli Who e diventò un mod (clean living under difficult circumstances, secondo la definizione di Peter Meaden, che di Townshend & co. fu il primo manager).

Tutto questo non avrebbe avuto senso, né avrebbe alcuna importanza oggi, se a 18 anni Weller non fosse stato già un talentuoso compositore (o se non avesse capito come diventarlo mentre ascoltava tutta quella musica e comprava tutti quei vestiti), perché la storia è piena di debutti in (anche più) giovane età: la padronanza dei mezzi fa evidentemente la differenza.

Quando si è giovani è facile scrivere e comporre, perché è tutto nuovo, tutto fresco; anche le cose già sentite, per te in realtà sono nuove. Scrivi accompagnato come da un sensazione di vuoto, di innocenza, perché non ci sono regole su cosa dovresti o non dovresti fare.*

Infatti In The City apre con una rivendicazione di autonomia (forse inconsapevole, ma ugualmente programmatica): «anything that you want to do, anyplace that you want to go / don’t need permission for everything that you want / any taste that you feel is right, wear any clothes just as long as they’re bright – declama Weller in Art School, e tutto d’un fiato (come a mettere le mani avanti) – never worry if people laugh at you / the fools only laugh ‘cos they envy you»; siamo ben distanti dagli slogan no future (et similia).

Sin da subito, quindi, l’unica cosa che l’esordio discografico di Paul Weller, Rick Buckler e Bruce Foxton ha in comune con il debutto dei Clash, con Never Mind The Bollocks, con i Buzzcocks e tutti gli altri coevi è la velocità – 12 brani compressi in 32 minuti – e l’essenzialità dei mezzi e degli arrangiamenti.

Una distanza resa ancora più evidente dal look ostentato in copertina (preso in prestito da Wilko Johnson, cazzutissimo chitarrista dei Dr. Feelgood), che li collocava ostentatamente fuori moda (sì, il punk era già moda: storico lo sfottò di Sniffin’ Glue, secondo cui i Jam erano vestiti «come la London Symphony Orchestra»).

Dal punto di vista sonoro, In The City non sa affatto di desolazione, o devastazione; affilatissimo, tagliente ed anfetaminico, pare piuttosto un rave casalingo di metà anni ’60: sovraccarico di pillole, di colori, di ragazzi vestiti fighi e con il giradischi intasato di singoli Motown / Stax (Non-Stop Dancing).

Tant’è che i Jam gettano nella mischia anche la versione ferocissima di un classico di Larry Williams datato 1958, Slow Down, il tema di Batman di gran voga oltre un decennio prima e ripresa – tra i molti, anche – dagli Who, rubacchiando proprio alla band di Townshend il titolo del loro primo singolo; In The City è (e rimane) un brano-manifesto che in un paio di minuti condensa    un’ideologia ed un’estetica chiarissime: il futuro che l’establishment non pare affatto garantire esiste, sta nella mente, nella forza dei più giovani e nel loro entusiasmo contagioso.

Col passare del tempo – e il tempo scorre molto veloce per i Jam – Weller si preoccuperà sempre meno della credibilità della sua band, ma in questo debutto pare certamente soffrire la distanza dall’epicentro londinese, quindi (con tutta l’ingenuità del caso) rivendica anche prepotente le proprie radici working class I know I come from Woking, and you say I’m a fraud / but my heart’s in the city, where it belongs») e – come a compensare – profondamente britanniche, (sin qui solo) idealmente vestendosi della Union Jack tanto cara (ancora) agli Who.

Pur di distinguersi dalla massa, si spingerà sino a dichiarare la propria intenzione di votare a destra alle imminenti elezioni: una presa di posizione in vero dettata da ragioni di marketing, ma che lo perseguiterà per qualche tempo.

Tolti questi fronzoli, nei successivi cinque anni i Jam saranno guidati solamente dalla young idea che scorre prepotente in tutto In The City; verrano brani che li porteranno al primo posto in classifica, sopravviveranno a molti dei loro “rivali”, diventeranno un vero e proprio fenomeno di massa (per quanto davvero solamente al di là della Manica) e – all’apice del successo – svaniranno proprio per quella ragione: a dispetto dell’anagrafe, nel 1982 Weller avvertirà svanire la propria gioventù e si lancerà in un mondo più diverso e complesso (rimanendo fedelissimo, però, al credo modernista).

N.b.: In The City è tra i nostri 35 riff di basso preferiti.

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*Così Paul Weller in conversazione con Daniel Rachel su Isle Of Noise – Conversations With Great British Songwriters (ed. Picador, 2013)