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The Jesus And Mary Chain – Automatic

Ora del 1989 i Jesus And Mary Chain erano solo Jim e William Reid, impegnati ad inseguire il loro sogno rock’n’roll.

Il che vuol che Automatic nacque con il solo aiuto del tecnico Alan Moulder e con una sezione ritmica al 100% artificiale, sintetica; e anche che molti brani suonano come cliché, pura perpetrazione della mitologia.

A confronto con il precedente Darklands, fatto di architetture soffici e lisergiche, è un album molto gagliardo e fragoroso (anche se non nel senso in cui lo era stato Psychocandy).

È il lavoro meno celebrato dei Jesus And Mary Chain, ma bisogna dargli un po’ di credito.

Anzitutto perché il gran uso dei sintetizzatori si sente distintamente solo a sprazzi (Take It, UV Ray, Drop, Sunray), mentre per il resto si può ben scambiare per un’architettura propulsiva solo più asciutta che in precedenza.

E poi perché non mancano i momenti davvero riusciti: l’incubo psicotico di Gimme Hell è una sonica rivisitazione del recente passato; Here Comes Alice regge benissimo il confronto con altri momenti di assoluta lucidità pop dei fratelli Reid; Head On è tanto furiosa e incalzante da essersi meritata, nel frattempo, una degna rilettura da parte dei Pixies; i Black Rebel Motorcycle Club hanno basato la loro intera vita artistica su due brani come Coast To Coast e Blues From A Gun.

È anche questa la (piacevolissima) stranezza di Automatic: con l’orecchio di oggi, suona esattamente come tutti coloro che, da allora, hanno preso ispirazione dalle gesta dei Jesus And Mary Chain per creare la propria versione di un rock’n’roll veloce, buio, selvaggio e intriso di una dolcezza border line.