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The Kinks – Something Else By The Kinks

«Waterloo è una parte di Londra che per me ha sempre significato molto. Da piccolo, nel 1951, mio pare mi portò lì a visitare il Festival Of Britain e mentre guardavamo la Skylon Tower ricordo che mi disse “credo che il futuro sarà così”. Poi, a 13 anni, ebbi un grave incidente e dal mio reparto all’ospedale di St. Thomas si vedevano il fiume ed il Parlamento. E’ un ricordo molto vivido. Ancora, quando studiavo al Croydon College of Art, Waterloo era la stazione dove cambiavo treno. E c’è anche un po’ di romanticismo: da teenager, con la mia ragazza, ci trovavamo spesso a passeggiare sul Waterloo Bridge».

Così qualche tempo fa Ray Davies ha raccontato al Guardian la nascita di Waterloo Sunset, confessando di aver conservato quei ricordi a lungo, finché «all’improvviso la canzone si è materializzata. La melodia e le parole arrivarono molto velocemente, come se fosse la canzone a scrivere me e non viceversa. La mia è una famiglia numerosa e la generazione delle mie sorelle – precedente alla mia – non aveva altre aspettative se non sposarsi, lavorare in fabbrica e fare lavori umili. Nessuno di loro si aspettava di eccellere come individuo: ho scritto quella canzone per loro».

Ma anche se Waterloo Sunset, tra tutti, è il brano più immortale dei Kinks, non è certo l’unico motivo valido per cui ricordare Something Else By The Kinks e considerarlo – con buona approssimazione – il loro apice.

E’ un album meravigliosamente fuori dal tempo (o semplicemente “fuori tempo”) sin dalla sua pubblicazione, avvenuta nel settembre del 1967: mentre il mondo si stava ancora godendo la summer of love, sperimentando amore libero, LSD e stordendosi con suoni perfettamente in linea con quel sentire, mentre i Beatles – oltre che espandere la mente – esploravano nuove possibilità tecniche con Sgt Pepper’s, Ray Davies e i suoi se ne uscirono con una raccolta di brani che a prima vista di psichedelico non avevano nulla, la cui architettura sonora era ancora pesantemente ancorata al beat e al folk (anche se a quello più hip), che certamente non contenevano alcun messaggio hippie né universale. 

Questo spiega anche perché il quinto album dei Kinks non vendette granché ed anzi fece decisamente peggio dei precedenti; a voler sintetizzare: Something Else By The Kinks è tipicamente inglese ed assolutamente introverso.

Però sta esattamente in questo il suo fascino: il primo vero e proprio concept album dei Kinks arriverà solo l’anno successivo (The Kinks Are The Village Green Preservation Society, al quale peraltro la band stava già lavorando da tempo), però in Something Else trovano posto una serie immortale di ritratti e situazioni sociali british (oggi da guardare anche come icone di un tempo che non è più) liberi da una cornice di riferimento più o meno forzata.

E così David Watts – ispirata da uno smagliante promoter che in più di una occasione aveva mostrato dei sentimenti (non ricambiati) per Dave Davies – è una sferzata di sarcastica ammirazione per un giovanotto dell’alta società, super alla moda e destinato ad una vita di successi sociali e politici (i Jam la riporteranno al successo nel ‘78); Death Of A Clown è una vignetta di brillante autocommiserazione ad opera di Dave (e durante quell’anno arrivò ad un passo dalla vetta della classifica, occupata da All You Need Is Love e San Francisco di Scott Mackenzie); Situation Vacant è il vivido racconto di un marito che molla il lavoro sicuro per dare retta alle aspirazioni della propria matrigna, ritrovandosi solo e povero; in Tin Soldier Man Davies sfotte il grigiore del pendolare costretto ogni giorno alla stessa routine, ma – alla fine di questa marcetta incalzante – non può che simpatizzare con la sua stessa vittima; forse l’apice di tutto è Two Sisters: null’altro che i fratelli Davies, stilizzati nei personaggi di due sorelle, l’una tanto laboriosa e casalinga (Percilla/Ray) quanto invidiosa dell’altra (Sylvilla/Dave) e della sua vita frizzante e civettuola.

In questo senso, Something Else By The Kinks ben può essere letto come l’altro lato della medaglia rispetto all’espansiva esperienza psichedelica che una certa parte della società stava vivendo in quel 1967; basterebbe uno specchio, al massimo una sigaretta (Harry Rag), per svelare che le vostre vite sono molto più tristi e nostalgiche di quanto vorreste: questo sembrava voler dire Ray Davies, e il messaggio arriva dritto anche oggi, sostituito l’LSD con quelle droghe quotidiane che ci ostiniamo a ritenere innocenti passatempi.