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The KLF – The White Room

Quello che conta è che The White Room (1991) è uno di quegli album fondamentali per immergersi nella dance culture di fine anni ’80/inizi ’90.

Ha un suono inconfondibile e miracolosamente non datato: brani come What Time Is Love?, 3 A.M. Eternal, Last Train To Trancentral, Make It Rain sono la quintessenza dei 120bpm, dell’edonismo, delle pasticche, del rito collettivo del(lo s)ballo.

È house music sfrenata e senza compromessi, con i suoi momenti chill ed i suoi picchi di pura catarsi.

Chi siano (stati?) i KLF e come siano arrivati a The White Room è un’altra storia, che trascende dalla mitologia musicale e si addentra in un territorio fatto di elucubrazioni artistoidi e rivendicazioni ideologiche, tutte partorite dalla mente di Bill Drummond.

Uno che, giusto per inquadrare il personaggio, nel 2014 scrisse al Sunday Times una lettera per criticare gran parte della lista ‘le migliori 20 band di sempre‘, che il giornale aveva appena pubblicato, immaginandosi i suoi KLF al secondo posto – solo dietro i Beatles.

Un provocatore nato, uno che aveva fatto da manager agli Echo & The Bunnymen, che aveva lavorato per la WEA Records e poi ad un certo punto aveva assoldato l’altrettanto visionario Jimmy Cauty per mettere insieme una band dichiaratamente dedita alla pirateria (musicale), chiamata Justified Ancients Of Mu Mu (JAMs).

Il risultato? Un brano dritto al primo posto in classifica (Doctorin’ The Tardis) ed un libro/formulario su come comporre il brano perfetto per finire lassù: The Manual (How to Have a Number One the Easy Way). Ah, e ovviamente un sacco di campionamenti riconoscibilissimi ma non dichiarati.

Ribattezzatisi Timelords e poi KLF (Kopyright Liberation Front, giusto per ribadire il loro intento) in vista di una svolta puramente dedita alla dance music, i Drummond e Cauty produssero una serie di singoli e Chill Out – ancora oggi uno degli album ambient più straordinari mai sentiti.

Diventati la band con più singoli venduti in tutto il mondo nel 1991, si ritirarono nel 1992 e c’è l’imbarazzo della scelta su quale sia la loro follia definitiva: cancellare il loro intero catalogo, sparare a salve verso il pubblico ai Brit Awards del 1992, presentarsi con una pecora morta all’aftershow, oppure – nel 1994 – dare pubblicamente fuoco a tutti i proventi rimasti dall’avventura KLF (un bel milione di sterline), perché «we realised that struggling artists are meant to struggle, that’s the whole point».

A seconda dei punti di vista, tutto questo può rivelarsi assolutamente affascinante o tremendamente irritante; ma in un caso o nell’altro, non è in grado di corrodere né accrescere la grandezza di The White Room, a dispetto dei migliori intenti perseguiti da Bill Drummond.