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The Men – Mercy

Negli ultimi anni i The Men ci hanno abituato bene.

Che si tratti del rock’n’roll lercio e pericoloso di Tomorrow’s Hits, del noise turbolento di Devil Music o del quasi folk visionario di Drift, ogni volta ci si è trovati di fronte ad avere a che fare con album decisamente affascinanti.

Il nuovo Mercy non fa eccezione.

Oggi il loro approccio sa di cosmico, e i The Men suonano come se  i War On Drugs avessero rinunciato alle loro strutture dreamy e fosse rimasta solo la polpa.

Cool Water introduce il tutto con fare quasi solenne, è una specie di preghiera architettata attorno al suono dell’organo e delle chitarre (acustiche e slide) che poi lascia il passo a Wading In Dirty Water. E da qui, da questi dieci minuti abbondanti (su trentacinque totali) in cui il ritmo rimane sempre costantemente sostenuto, è come entrare in un’altra dimensione. Dall’altra parte stanno Fallin’ Thru – che veleggia verso l’oscurità di Nick Cave – e poi il cuore pulsante di Mercy, quella Children All Over The World che quasi intimidisce e non è una vera chiamata alle armi quanto piuttosto uno sguardo allucinato verso le innocenti illusioni di gioventù.

Le ultime battute di Mercy mettono insieme country anfetaminico (Call The Dr.), rock’n’roll d’annata (Breeze) e una chiusura amarissima (Mercy).

Alla fine, i The Men ce l’hanno fatta di nuovo: non curano, non leniscono, piuttosto inquietano: e spingono a guardare un po’ oltre anche quando verrebbe solo da tenere gli occhi bassi.