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The Smiths – Strangeways, Here We Come

Strangeways, Here We Come suona lontanissimo da tutto quanto gli Smiths avevano realizzato prima di quel momento, ma porta con sé una spontaneità sorprendente – a lungo covata da Johnny Marr ed alla fine rivelatasi sotto forma di un’incidente stradale causato dalla sua abitudine di guidare senza mai aver preso la patente (e magari ubriaco).

«Fu come una grosso segnale – racconta nell’autobiografia Set The Boy Freestavo vivendo al limite e lo sapevo. Era arrivato il momento di smetterla con gli eccessi, avevo una nuova positività e sentivo di aver trovato uno scopo. Non volevo ripetermi, su e giù dal palco, e credo che nemmeno una band debba ripetersi. Con il nuovo album volvevo allontanarmi da alcune cose che la gente aveva iniziato a considerare “tipiche” degli Smiths […]. Volevo davvero vedere dove potevamo andare, musicalmente.».

E così spazio ad arrangiamenti che poggiano non più sulla sua chitarra ma magari su tastiere (A Rush And A Push And The Land Is Ours), sintetizzatori (Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me, il cui debito con Low è evidente, e che saccheggia l’archivio degli effetti sonori della BBC – canti delle balene compresi), drum machine (Paint A Vulgar Picture), via libera a Morrissey che per la prima volta suona uno strumento su disco (il pianoforte in Death Of A Disco Dancer, e lo fa assicurandosi che l’ascoltatore ne rimanga disgustato) e pure all’utilizzo delle posate trovate in giro per suonare la Telecaster (Stop Me If You Think You’ve Heard This One Before).

Il risultato – che cita il carcere cittadino di Manchester, quella Strangeways Prison che nel 1990 sarà teatro della lunga occupazione dalla quale prenderà il via la riforma del sistema penitenziario inglese – è che Strangeways, Here We Come trasmette un senso di affascinante incompletezza: è come smontare un qualche oggetto e dai suoi pezzi crearne uno nuovo e plausibile.

Dal quel settembre del 1987 sono passati trent’anni e questo album rimane l’ultimo capitolo degli Smiths, che continuano ad opporsi a chi li rivorrebbe insieme. E probabilmente parte della ragione è qui: se non ha senso una reunion per suonare solo le vecchie canzoni, neppure ha senso una reunion per comporne di nuove che suonino più datate di Strangeways, Here We Come.

L’album fu dato alle stampe e pubblicato dopo l’annuncio della separazione tra Morrissey e Marr, alla fine causata da questioni non propriamente artistiche; e ancora, mentre l’elegiaca I Won’t Share You suona gli ultimi brevi minuti della band – che scivolano su una minimale lira vecchia di cent’anni, teneramente strapazzata –  è impossible non pensare a quei due e al tempo che li ha divisi, ormai molto maggiore di quello che li ha avuti insieme, ed all’ironia del fatto che proprio su Strangeways, Here We Come siano ancora in piena sintonia: «entrambi diciamo spesso che è il nostro album migliore. Lo diciamo all’unisono, nel sonno. Mentre dormiamo in letti diversi»*.

*parole tanto drammatiche sono, ovviamente, di Morrissey.