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The Smiths – The Queen Is Dead

smiths_the_queenLa mia adolescenza e l’esistenza degli Smiths si incrociarono fugacemente solo tra le pagine di Jack Frusciante È Uscito Dal Gruppo. Approfondii, ma con grossa diffidenza non mi curai di ascoltare, fondamentalmente perché la copertina del loro album più famoso pareva trasmettermi un inaffrontabile senso di noia; la stessa, inutile, noia che avevo provato ascoltando Jeff Buckley, quindi lasciai perdere per molto tempo.

Anni dopo, una sera capitai a casa di un mio ex compagno di scuola; il vetro temperato della porta del bagno lasciava passare una luce fioca e una musica assordante e bellissima: si trattava – appresi – di un coinquilino con il vezzo di farsi il bagno a lume di candela (che roba bohémien!) ascoltando qualcosa che mi parve strepitoso, era The Queen Is Dead.

Noiosi un cazzo, sta roba è fighissima: finii per recuperare anni di ascolti perduti in una sola settimana, per procurarmi molti altri dischi e libri e per infilare Johnny Marr nel mio personalissimo olimpo dei chitarristi (più in alto di Hendrix? Yep).

Come ognuno di quei pochissimi album seriamente immortaliThe Queen Is Dead riesce a comunicare su una pluralità di livelli: si tratta di una tessitura cui appare difficile stare dietro e, in ogni caso, la sua pubblicazione non fu un affare scontato.

È storia nota che nel 1985 gli Smiths avessero cercato di liberarsi dal contratto che li legava alla Rough Trade, attribuendo all’etichetta il flop del singolo Shakespeare’s Sister, e volessero passare alla EMI; per tutta risposta, con questo disco già pronto nel dicembre di quell’anno, la Rough Trade diffidò la band dal pubblicare qualsiasi cosa sotto altre etichette e le lunghe negoziazioni che seguirono ritardarono l’uscita di The Queen Is Dead fino al giugno dell’86 (e durante quel periodo Marr tentò pure di risolvere il tutto rubando i master dell’album).

A Geoff Travis – boss dell’etichetta – al suo rapporto con la band e alle sue velleità artistiche è indirizzata Frankly Mr. Shankly: ancor prima del testo, è il suo suono gommoso e vaudeville che ne rivela l’intento sfrenatamente sarcastico; e bisogna sempre tenere conto – nell’esplorare la grandezza degli Smiths – che nella maggior parte dei casi Marr, Rourke e Joyce nulla sapevano di cosa Morrissey avrebbe cantato sulle loro basi («prima registravamo la sezione ritmica e quasi tutte le chitarre. Al massimo – ricorda il bassista – Morrissey accennava qualcosa a Johnny, ma nient’altro. Era parte molto interessante del lavoro, ci domandavamo sempre cosa avrebbe cantato. E quando alla fine ascoltavamo, finivamo schiantati a terra dal ridere. O a piangere, o entrambe le cose»).

Sotto quest’ottica, la title track rivela la quasi miracolosa intesa tra Morrissey e Marr: nata da una specie di fantasia (come sarebbe stata I Can’t Stand It dei Velvet Underground suonata dagli MC5?), ma con il chiaro intento di farne qualcosa di grandioso e trascinante («sapevo già che sarebbe stato il brano con cui avremmo aperto il nuovo disco e che l’album avrebbe preso il titolo da questa canzone»), fu poi il testo di Morrissey a renderla quella che conosciamo oggi: un’epica di oltre 6′ (potevano essere almeno un paio in più) che utilizza un sarcasmo anti-estabilishment (letteralmente la famiglia reale, ma il bersaglio è la Tatcher: a questo punto bisogna pure ricordarsi che gli Smiths volevano intitolare questo album Margaret On The Guillotine), immagini camp e richiami ad un’Inghilterra che fu (quella di Dickens soprattutto) per frustare con asprezza la deriva reazionaria della politica britannica, da tempo ostaggio della lady di ferro (che aveva appena ricevuto il terzo mandato da premier).

Nonostante il suo incipit agit-pop, The Queen Is Dead non segue necessariamente quel tracciato ma sembra battere strade molto differenti, tutte però accomunate da una sorta di orizzonte uggioso e solidamente malinconico (altro aspetto da non dimenticare: l’influenza di una città come Manchester, vibrante paradigma della spersonalizzazione industriale britannica).

La disperazione jazzata di I Know It’s Over rivela il naufragare di un rapporto (che via via si scopre essere rimasto solo ed esclusivamente) platonico e univoco, idealmente prosegue nella successiva Never Had No One Ever, che rappresenta l’apice dell’inquietante isolazionismo di Morrisseynow I’m outside your house, I’m alone / I’m outside your house, I’d hate to intrude..»).

In tutto una decina di minuti scarsi: è il versante più plumbeo di The Queen Is Dead, quello più raccapricciante ma indispensabile; qui, a differenza che negli altri episodi dell’album, sparisce ogni sarcasmo e ci si trova di fronte ad una sorta di chirurgica descrizione del panorama emozionale di Morrissey.

La storia insegna che il vertice del disco è There Is A Light That Never Goes Out, che mai divenne un singolo ma rimane la risposta perfetta a chiunque possa mai domandarsi chi siano stati gli Smiths.

Ma il fatto che nel giro di qualche minuto, sul secondo lato di questo disco si trovino (anche) Bigmouth Strikes Again, Some Girls Are Bigger Than Others e The Boy With The Thorn In His Side avvalora certamente la tesi di Johnny Marr secondo cui «nella storia della musica inglese poche band sono state in grado di produrre non solo singoli fantastici, ma anche album altrettanto significativi: gli Stones e i Beatles sono tra quelle, e anche gli Smiths».

Il tutto si muove nella cornice di un’ondivaga perfezione pop.

The Boy With The Thorn In His Side sublimizza il rapporto tra la band (Morrissey, in particolare) e l’industria musicale; l’elegante fade in/out di Some Girls Are Bigger Than Others è un espediente che molti attribuiscono a Stephen Street, il quale in fase di produzione cercava qualcosa per rendere più interessante la struttura di un brano che segue pedissequamente lo schema versoritornelloverso: azzeccato ma forse non indispensabile, considerato il jingle-jangle epocale di Marr e un testo che pur prendendo le mosse dal complicato rapporto di Morrissey con il sesso opposto non si risparmia nel fare capolino nell’attualità sociale (l’era della disoccupazione evocata nel primo verso) e nell’utilizzo di immagini grottescamente sublimi (Antonio che stappa una birra a Cleopatra); Vicar In A Tutu si presenta sul medesimo registro di Frankly Mr. Shankly, ma mentre in quell’occasione non c’è posto per altro rispetto all’astio sarcastico nei confronti di una sorta di padre-padrone, qui non è affatto certo che Morrissey non simpatizzi in fondo per il suo personaggio, questo prete che dice messa vestito solo di un tutu («non è strano, vuole solo vivere solo la sua vita in questo modo»).

Nel corso della fulminea seconda metà del ‘900, The Queen Is Dead ha riproposto un tema che (quantomeno) in ambito musicale pareva ormai liquefarsi, o ridursi ad banale scusa: il valore politico dell’arte, con ciò dovendosi intendere non tanto e non solo la capacità della coppia Morrissey/Marr nella composizione di melodie, ma anche e soprattutto la loro abilità nel veicolare in un unico formato la poesia, la satira ed uno spleen scioccante, mettendo il tutto servizio di un’idea anticonformista.

Una rivoluzione dai toni pacatissimi e dalle tinte pop; se qualcuno desiderasse non approfondire alcuno dei temi di The Queen Is Dead, alla fine rimarrebbe comunque esterrefatto dalla sua fruibilità, ovvero dalla poderosa lezione di coraggio impartita dagli Smiths nel corso della loro breve storia: it’s so easy to laugh, it’s so easy to hate / it takes strength to be gentle and kind.

1 comment on “The Smiths – The Queen Is Dead

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