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The Style Council – Modernism: A New Decade

The Cost Of Loving e Confessions Of A Pop Group non erano stati certo passaggi esaltanti, così Paul Weller e Mick Talbot decisero per una sterzata.

Ma Modernism: A New Decade si rivelò un boomerang fatale per gli Style Council, perché la Polydor non ne volle sapere di pubblicarlo, li lasciò a piedi e loro la chiusero lì.

Era il 1989, Weller sarebbe ritornato sulle scene solo nel 1992 – dopo essersi ritrovato senza un contratto discografico per la prima volta da quando aveva 17 anni – e Modernism: A New Decade sarebbe infine stato pubblicato per la prima volta solo nel 1998 all’interno della raccolta The Complete Adventures of The Style Council.

Cos’aveva di tanto orribile da scatenare un tale casino e meritarsi una sorte del genere? Era un album di house music. Davvero. E la Polydor lo trovò un pretesto perfetto per liberarsi degli Style Council in un momento finanziariamente non proprio esaltante.

Si può discutere all’infinito sulla sensatezza – o meno – di questa scelta, così come di quella di Weller, Talbot e soci di virare in modo tanto clamoroso, di dare voce al loro Mick Jagger interiore, quella vocina che continuava a suggerire loro di seguire la nascente moda della musica da club.

Rimane, agli atti, un album che solo sul finire degli anni ’80 (al massimo ai primi albori dei ’90) poteva trovare una sua collocazione, certo non sul finire del millennio. Già allora suonava datato, figuriamoci ora.

Ma per quanto Modernism: A New Decade possa essere visto solo come una specie di reperto archeologico, non è poi da cestinare chissà quanto in fretta.

Perché cattura perfettamente lo spirito dell’epoca, una nuova – breve – era di edonismo sfrenato, droghe ricreative, il ballo come momento per dimenticarsi di tutto.

Perché è ben fatto, si tiene ben lontano dall’essere posticcio, mantiene una certa eleganza e – pur non essendo nemmeno paragonabile a qualcosa come The White Room – è a tratti addirittura difficilmente resistibile: Love Of The World, Sure Is Sure e soprattutto Can You Still Love Me? fanno un’ottima figura sul dancefloor. Certo a patto di recuperare una macchina del tempo e tornare indietro (ormai) di una trentina d’anni.