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The Velvet Underground – White Light/White Heat

Per ascoltare White Light/White Heat occorre anzitutto avere ben chiare un paio di cose (oppure no e semplicemente lasciarsi andare, ma sono importanti comunque): il precedente The Velvet Underground & Nico era stato concepito in circostanze singolari ed irripetibili, era una costante ricerca della bellezza – per quanto tetra – finanziata e stimolata da Andy Warhol (che aveva persino imposto la presenza fissa di Nico), senza il quale non ne staremmo ancora parlando oltre cinquant’anni dopo.

Ma aveva venduto pochissimo (anni dopo Brian Eno disse che però quelle trentamila persone che lo avevano acquistato avevano tutte fondato una band e probabilmente non è un’affermazione distante dalla verità): una circostanza che Warhol – animato dalla continua rincorsa del glamour (sordido, ma pur sempre tale) – non sopportava affatto; guastatisi precipitosamente i rapporti con il proprio mentore, i Velvet Underground misero in campo una reazione estrema facendo fuori Nico e chiudendosi di nuovo nello stesso decrepito studio di registrazione di Manhattan, questa volta alla ricerca di qualcosa di assolutamente disturbante.

Whte Light/White Heat è fondamentalmente questo: una voluta e fastidiosissima profanazione di tutto ciò che i VU erano stati sino a quel momento o che avrebbero potuto essere.

Le chitarre di Lou Reed e Sterling Morrison si contorcono in ostinate cacofonie; sono rumorosissime e spesso è come ascoltare unghie sulla lavagna, tra assoli che non vanno da nessuna parte, distorsioni che evaporano tra le corde e si fondono con qualunque cosa in quel momento John Cale suoni o tenti di suonare. La voce stessa di Reed – e la seconda voce, opera di Cale – sono sepolte nel mix, Moe Tucker sembra picchiare i tamburi senza senso.

Nel caso di Sister Ray, tutto questo succede per diciassette ossessivi e disturbanti minuti, totalmente improvvisati e senza scampo (e tra i molti che ci rimasero sotto vale la pena citare Howard Devoto e Pete Shelley: i Buzzcocks nacquero perché i due condividevano una sfrenata passione proprio per Sister Ray); nel caso della title-track, vuol dire che un ritmo che ben potrebbe passare per qualcosa dei Beach Boys va semplicemente avanti come un treno in corsa fino a deragliare fragorosamente; su un canale, The Gift è un recital, sull’altro altro feedback (in mono ascolterete tutto appiccicato, ovviamente).

Finisce che White Light/White Heat è addirittura più situazionista del suo predecessore, molto più spontaneo e altrettanto influente: è il minimo comune denominatore di tutti coloro che da allora (siamo nel 1968) hanno tentato di ricavare qualcosa dal rumore.