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The Verve – Urban Hymns

verve_urban_hymnsMettiamola così: uno potrebbe passare anni a scrivere solamente di dischi usciti nel 1997.
Per rendere l’idea: Ok Computer, Blur, Dig Your Own Hole, Buena Vista Social Club, Be Here Now, Homework, Ladies And Gentlemen…, Tellin’ Stories, Mogwai Young Team, Songs From Northern Britain, e l’elenco è ancora lunghissimo.
Non a caso molti di questi vengono da oltremanica, anche se sono di razze diverse. Ma il 1997 è l’ultimo grande e significativo anno di quella specie di fenomeno chiamato britpop e coincide, non a caso, con la svolta “americana” dei Blur e con il primo passo (forse) falso degli Oasis, le due band che avevano (almeno mediaticamente) guidato la rinascita del rock inglese.

E tra tutto questo, i Verve: gente che in realtà aveva iniziato il cammino molti anni addietro quando il grunge spadroneggiava e la bilancia della musica (esiste, esiste..) pendeva dall’altra sponda dell’Atlantico, quando nella terra d’Albione gli Stone Roses erano ancora in giro e accanto a loro un intero, esplosivo, movimento shoegaze.

Non è un dettaglio da poco: la prima produzione dei Verve (A Storm In Heaven del 1993 e A Northern Soul del 1995) sembra improntata alla ricerca di una specie di terza via trascendentale tra la psichedelia più classica ed il fragore dello shoegaze, con risultati altalenanti; e parallelamente grandi canzoni (non) semplicemente pop (History, On Your Own) che mostravano un lato quasi mistico. Commercialmente, quasi un fiasco.
Un equilibrio delirante tra il carisma strafottente di Richard Ashcroft e le intuizioni lisergiche della chitarra di Nick McCabe. Nulla che – mischiato alle droghe, al bere e ad altri facili clique – potesse andare avanti a lungo.

E infatti quella che registra Urban Hymns è una band riunita per l’occasione: forse Ashcroft, McCabe e Simon Tong (il primo rimpiazzo di McCabe) avevano capito che fosse ora di passare a riscuotere il credito, che fosse il momento giusto. Dopo tutto, è Ashcroft il songwriter omaggiato da Noel Gallagher in Cast No Shadow, ed erano stati i Verve ad andare in tour con gli Oasis prima che questi iniziassero ad essere su ogni copertina di ogni magazine e giornale, per ogni cosa.

E come molti grandi dischi, Urban Hymns spicca il volo da nulla più che un’intuizione: quel furtarello ai Rolling Stones (o meglio, alla versione della loro The Last Time come rivisitata dalla Andrew Oldham Orchestra) sul quale i Verve innestano uno dei migliori groove del decennio e Ashcroft – da quel momento in poi, uomo da marciapiede per eccellenza – predica senza sosta.
Sì: ogni volta che Bittersweet Symphony suona sono soldi nelle casse di Jagger e Richards; ma il punto è che è quel motivetto non sarebbe abbastanza glorioso senza tutto l’esistenzialismo riversato nelle parole e nel canto.

‘Cause it’s a bittersweet symphony, this life / trying to make ends meet / you’re a slave to money then you die.. – è un puro incipit in medias res, gettato a denti stretti nel caldo del giugno 1997, che porta con sé un bagaglio emotivo che i Verve scaricano e distillano in un’ora abbondante di saliscendi in questo disco – quello per cui saranno ricordati.

E’ il red box of memories di Sonnet o – sempre lì – la chitarra che davvero sbanda e affonda più veloce di una barca senza scafo; è la gloria prepotente di The Rolling People, quello stare sempre (e comunque) ad un passo dal baratro: like a cat in a bag, waiting to drown – dice Ashcroft in The Drugs Don’t Work (una delle più struggenti canzoni sulla scomparsa di un padre – là, insieme a Waitin’ On A Superman dei Flaming Lips – e il punto è  conosco tutte le mie sconfitte / perché sono passato giù per la mia vecchia strada / e se tu volessi farti rivedere / basta farmelo sapere, e canterò di nuovo al tuo orecchio..).

La felicità, quella che passa per l’accettazione di sé (Lucky Man), la speranza per un domani migliore e più completo (One Day) e tutti gli interrogativi del guardarsi indietro (This Time) si rivelano tra le tracce di Urban Hymns in tutta la loro fragilità nervosa; così come la natura – un tema su cui l’Ashcroft solista tornerà molte volte.

Sì, basterebbero i singoli a farne un gran disco, ma uno dei punti di forza di questo album è l’assenza di riempitivi: è un lavoro perfettamente a fuoco e – di più – è la realizzazione della visione che Ashcroft, Tong e McCabe avevano sin dall’esordi nei sobborghi di Manchester molti anni addietro.
Qualcosa che fosse tanto potente da ridurre alle lacrime, ma che racchiudesse altrettanto vigore.

Il segreto sta nel suo attingere tanto dalla tradizione dei grandi songwriter inglesi quanto nel suo pescare trame dallo space rock: ne esce un miscuglio che dietro ogni volteggiare lisergico delle corde di McCabe nasconde una melodia a presa rapida trascinata da una potente voce soul.

La perfezione – strumentale, testuale e commerciale (compreso l’artwork firmato Brian Cannon) – che i Verve cercavano e che non troveranno più, tantomeno nel loro ritorno sulle scene nel 2008 (Forth). E’ questa la loro consacrazione. E’ questo il momento per cui Richard Ashcroft è, ancora oggi, non la voce di una generazione quanto piuttosto una voce soul. Un soul man non (solamente) in senso stilistico, ma per la sua capacità ineguagliata di trovare proprio quelle parole, adatte a verbalizzare l’universale dentro e condensarlo, riassumerlo in una poetica che ha quasi a che fare con l’arte degli origami e con la filosofia («ho parlato con dio da una cabina telefonica tornando a casa / ti ho dato la mia risposta / ti ho lasciato i miei sogni nella segreteria telefonica…»)

Urban Hymns è quel momento (quella gloria, quel baratro) in cui tutto può affondare senza via di scampo né redenzione. Un attimo che non tornerà: a noi scoprire (vivere) come andrà a finire.

1 comment on “The Verve – Urban Hymns

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