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The Upsetters – Scratch The Super Ape

upsetters_scratch_the_super_apeAnche nella sua forma più rinomata (leggi: Bob Marley), la musica reggae sembra comunque provenire da una sorta di brodo primordiale in cui si mischiano  sofferenza, misticismo sciamanico, colonialismo e postcolonialismo, violenza, religiosità caraibica, rivalità stradaiola, sole che brucia le palme, ovviamente ganja.
Un cuore di tenebra sempre sfuggente, che è essenza stessa dell’eterno viaggio all’interno di questo genere e delle sue molte declinazioni.

E si tratta di una storia infinita e affascinante, popolata per lo più da personaggi che ai nostri occhi possono apparire strani o quantomeno improbabili; le loro vicende sono un punto d’ingresso in questo mondo.
Esattamente come blues o jazz: reggae può voler significare tutto o nulla a seconda della prospettiva adottata; se, ad esempio, foste vissuti nella Londra di metà anni ’70, la vostra guida sarebbe stata certamente Don Letts.

Ma ecco, scavando anche solo un poco – in qualunque direzione – comunque v’imbattereste in lui: Lee “Scratch” Perry; un po’ perché in fondo si tratta del più matto tra i matti – uno che aveva iniziato presto a ricoprirsi di specchietti e ammennicoli riflettenti vari, sostenendo che entità extraterrestri (o sovrumane: mai chiarito, ammesso e non concesso che ci sia qualche differenza) guidassero le sue mani sulla consolle – ma soprattutto perché, extraterrestri o meno, si tratta dell’uomo che sta dietro una quantità indecifrata (e probabilmente indecifrabile) di produzioni.

E poi v’imbattereste nel suo leggendario studio di registrazione: il Black Ark, arrangiato nel 1973 nella sua casa di famiglia giù nei sobborghi di Kingston, con apparecchiature in gran parte datate già all’epoca, e finito malissimo tra le fiamme appiccate da Lee stesso – e non per errore – nel 1979.

Tra i molti tesori usciti dal Black Ark, c’è questo Scratch The Super Ape (o semplicemente Super Ape, se preferite il titolo con cui venne pubblicato fuori dalla Giamaica), uscito nel luglio del 1976 e riedito nel 2007 dalla (solita) Trojan Records con l’aggiunta dei due dischi seguenti – Roast Fish, Collie Weed & Cornbread e Return Of The Super Ape – in una compilation chiamata Ape-ology.

Tecnicamente Scratch The Super Ape è accreditato agli Upsetterscioè la house band di Lee: una sua creatura, qui nella formazione senza Gladstone “Gladdy” Anderson al piano ma con Boris Gardiner al basso e corroborata spesso dagli Heptones.
In quel periodo, Perry aveva appena ottenuto un enorme successo producendo War In A Babylon di Max Romeo, attirando così l’interesse della Island Records; ma il suono del Black Ark è ancora intatto, al suo massimo splendore.

Scratch The Super Ape è musica viscerale, sporchissima, avviluppata in trame profonde e lussureggianti; un’architettura dub tenuta insieme dal basso di Gardiner e resa incredibile dal tocco di Lee, che usava ogni tecnica per arrivare (riuscendoci) a quello che amava chiamare the living African heartbeat.

C’è di tutto, sì: poliritmie ottenute da tronchi percossi con pietre e bastoni, filo spinato attorno alla cabina della batteria, urla e suoni che echeggiano dal cuore profondo e terrificante della giungla scura – un suono caldo, pulsante ed inquietante che si riverbera anche negli episodi più accessibili come Super Ape, Zion Blood o Dread Lion.

Il risultato è stonato ed ipnotico; l’influenza di Scratch The Super Ape (e delle altre produzioni di Perry negli anni ’70) arriva fino ai giorni nostri: non solo perché è una specie di manuale di estetica DYI ante litteram che trascendere latitudini e generi, ma anche perché in pochissimi riusciranno, nel tempo, ad arrivare al sacro Graal della musica giamaicana, quel living African heartbeat che Lee “Scratch” Perry aveva trovato, pur se a scapito della sua sanità mentale.

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