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Verdena – Endkadenz Vol. 1

verdena_endkadenz(Poi, magari, quando verrà pubblicato il Vol. 2 verrà fuori che non avevamo capito nulla, ma) da quando i Verdena hanno consolidato il loro autistico rituale di chiudersi nel famoso pollaio sperduto tra le valli bergamasche e produrre le loro cose in stato di totale isolamento – solo per riapparire tre anni più tardi, imbarcarsi in lunghi tour e poi di nuovo scomparire (e va avanti così da Il Suicidio Dei Samurai, 2004) – hanno raggiunto uno status che rende improbabile ogni giudizio suoi loro lavori e che ridicolizza la domanda se questo trio rappresenti un valore assoluto o un valore solo se messo a confronto con l’asfittico panorama musicale italiano.

Il pollaio è lì, a metà strada tra una panic room e Abbey Road, un perimetro sicuro entro il quale sfogare e sviluppare ogni energia creativa; con la differenza fondamentale che i Fab Four erano gente di società, qui si sconfina senza timore nell’eremitismo (e, sempre con lo sguardo sul panorama, si tratta di un’ottima scelta).

Questo per dire – nel caso ce ne fosse il bisogno – che forse dovremo iniziare a porci delle domande solo quando Alberto, Luca e Roberta avranno nuovamente voglia di una forte collaborazione esterna (come Giorgio Canali e Manuel Agnelli agli esordi): solo quando il binomio ispirazione/produzione che li agita smetterà di essere frutto di una forza centripeta e viscerale – quella, per rendere l’idea – che li spinge a picchiare come matti anche senza un pubblico davanti, a scrivere materiale buono (non per un solo disco ma) per tre album (e, ad ogni uscita, cestinare poi gli avanzi), che li rende maniacali in ogni dettaglio tanto da non riuscire a mettere un punto.

Un furioso processo creativo che in questo 2015 si è tradotto anzitutto in Endkadenz Vol. 1.
E’ un album feroce e iper-distorto che ha bisogno di essere ascoltato a lungo: per entrare nel meccanismo, per grattare sotto la patina, sotto una pressante sensazione di soffocamento che attanaglia al primo play per non andarsene mai davvero.

Lì i Verdena hanno nascosto un tripudio di dettagli sonori e immagini di pura bellezza: si va dagli applausi che chiudono il finale di Inno Del Perdersi alle chitarre nervose e liquefatte e le percussioni che riempiono Rilievo; dall’apertura che sa di R.E.M. (Puzzle) a qualcosa che si avvicina in modo inaspettato al mood di Anima Latina (Contro La Ragione) e fino a rasentare l’autocitazione (Un Po’ EsageriMuori Delay?); ancora, si passa da melodie cristalline sepolte sotto aggressività quasi rancorosa (Ho Una Fissa) a dolcezze sbilenche (Diluvio).

E poi, un affogare di assonanze («sci deserti-co… ci si diverte!»), un’esplosione di metafore agrodolci («e non sai di gelosia, nella mia mente sei comunque mia / faccio come il nevischio lo sai, avermi non potrai / non cambierò mai di stile / e mi vedrai come adesso affondare, nel terreno che circonda il tuo viale»), citazioni (Nevruz, davvero?) e puro, efficacissimo cut-up piegato alle esigenze del suono («e ho mille ieri / feste in blue ray»).
Sintomi di una realtà felicemente alterata, che nasconde in molti dei brani di questo Endkadenz Vol. 1 quelle che sembrano schegge impazzite di haiku, quando non frammenti del Libro Delle Risposte e dialoghi / ricordi verosimili («frena le tue mani, sì ma che fai? / e se vuoi amarmi…  non eri qui invano / credimi non è così che ti voglio / che ci rimane? / eh sì, che mi rincresce»).

E poi i Verdena se ne vanno, non prima di averci ricordato che siamo ad un passo dal mare, di estendere il cuore.
Verso quello che vogliamo davvero, fosse anche solo il secondo volume di Endkadenz.

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