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Voodoo Ray

Nell’autunno del 1988 qualcuno iniziò ad occuparsi seriamente di Gerald Simpson, alias A Guy Called Gerald, un ragazzo del Moss Side già ben conosciuto a Manchester e dintorni per le sue passioni: il ballo e quegli aggeggi elettronici dai quali tirava fuori beat pazzeschi; e anche per  aver messo su una band con Martin Price e Graham Massey, per averla chiamata 808 State e per aver pubblicato con loro un album, Newbuild, una cosetta che qualche tempo dopo Aphex Twin avrebbe citato tra le sue maggiori influenze.

Ma il punto era un altro, perché a dirla tutta Gerald si era già allontanato dagli 808 State e le cose con Massey e Price sarebbero presto precipitate quando quelli diedero alle stampe – sfruttando un suo campionamento e senza la sua autorizzazione – Pacific State. Altra storia.

La questione era quel brano che portava la sua firma, che aveva registrato in tre nottate al prezzo di 75£ andando un po’ a casaccio – tanto che avrebbe dovuto chiamarsi Voodoo Rage, ma il campionatore sul quale stava lavorando aveva troppo poco spazio in memoria e finì per tagliare le ultime sillabe di quel sample, trasformandolo in Voodoo Ray – e che aveva affidato alla microscopica Rham Records.

Era successo che era andato a ruba, che era stato ristampato, che era di nuovo andato a ruba e  pareva che su alla Haçienda ed in tutte le radio del nord dell’Inghilterra non potessero farne a meno.

Secondo la rivista Sounds A Guy Called Gerald stava portando la musica dance «pericolosamente vicina alla frontiera dell’esoterismo art/noise»; il New Musical Express lodò Voodoo Ray perché «gioca con i nervi come fossero tasti del pianoforte, producendosi in risonanze eccitanti, pura stimolazione causata dalla sua combinazione di voci indiane spettrali e impurità tecnologiche», e anche per il Record Mirror quella era una voce spuntata fuori da qualche parte del medio oriente. John Peel chiamò AGCG a registrare una delle sue Peel Session il 30 ottobre e quando fu trasmessa da Radio 1 il successivo 7 novembre il ragazzo non era più un segreto per pochi intimi, anche se di Voodoo Ray in quelle session non c’era traccia.

Una volta succedeva tutto più lentamente, e Voodoo Ray entrò nella top 100 inglese il 25 marzo 1989; ora di giugno era arrivata al numero 12 (e in un solo giorno riuscì a vendere 120.000 copie) e anche se non fece mai breccia nella top ten si trattò comunque di un risultato impensabile per un ragazzino che fino a qualche anno prima spendeva più tempo con la breakdance e che ancora lavorava da McDonald’s.

A quel punto a Gerald fu richiesto subito un album, che finì per intitolarsi Hot Lemonade, un remix per gli Stone Roses – magnifico – e si trasferì in pianta stabile a Londra.

Da lì avrebbe creato il suo album capolavoro, Black Secret Technology (1995), salvo poi passare la seconda metà dei ’90 ed un bel pezzo degli anni zero a New York (accidentalmente incrociando il cammino con un certo David Bowie) e di lì a Berlino per poi riapparire, appena quattro anni fa, di nuovo a Londra.

Il lascito di Voodoo Ray, comunque, non è semplicemente quello di aver permesso a Gerald di fare per sempre ciò che amava, di fregarsene di ogni possibile convenzione, di vivere in giro per il mondo con i suoi beats. Tanto più considerato che quello è rimasta la sua unica intrusione in classifica, l’unica volta che le vendite lo hanno premiato.

Quando uscì, Voodoo Ray aveva un suono mai sentito prima e ad oggi è considerata – oltre che un classico da club – l’inizio e la pietra miliare della acid house, altra cosa che sembra ancora completamente aliena a Gerald: «io pensavo alla Foot Patrol, un gruppo di ballerini di Manchester; volevo creare musica per quei movimenti velocissimi che facevano, questo è quello che avevo in testa».

Quel ritmo tribale, quel fraseggio soul di Nicole Callier (al tempo vocalist vicina di casa di Simpson), registrato all’istante, sdoppiato e mandato al contrario (ecco perché sembra così orientale), quelle parole campionate da uno sketch comico (AGCG finirà anche per ripristinare qualcosa di molto vicino all’idea originale, v. la traccia 12 di Black Secret Technology) accesero una miccia: brani come Dextrous (Nightmares On Wax), Pacific State (808 State), Papua Nuova Guinea (The Future Sound Of London), LFO (LFO), Little Fluffy Clouds (Orb), Belfast (Orbital), Spastik (Plastikman), solo per citarne alcune tra le più ovvie, sono tutti frutti di quello stesso seme.

E se ancora oggi chiedete a Gerald Simpson quale versione del suo capolavoro, tra le migliaia tentate, sia la sua preferita la risposta è questa: