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The White Stripes – Elephant

elephant_white_stripesSenza girarci troppo intorno: Seven Nation Army è stata, per gli anni zero, l’equivalente di  Smells Like Teen Spirit per gli anni ’90.

Un brano (o ancora prima, un riff) immediatamente riconoscibile, condiviso, si è propagato ad ogni latitudine (from the Queen of England to the hounds of hell, direbbero loro, i White Stripes), con la potenza di un incendio grazie a quella chitarra che sembra un basso e un titolo che rimanda direttamente all’infanzia di Jack White, bluesman degli anni ’30 nato però molti decenni dopo (seven nation army altro non è che il modo in cui Jack, da piccolo, capiva salvation army).

Ma Elephant, uscito dieci anni fa, non è solo Seven Nation Army. No, è una carismatica centrale elettrica (come si disse, molti anni addietro, del debutto dei Bealtes): c’è la furia cieca di Math, c’è la rivisitazione spiritata di qualcosa di molto classico (I Just Don’t Know What To Do With Myself di Bacharach), c’è un’esplosività che poi Jack e Meg diluiranno sempre più (Girl You Have No Faith In Medicine, Hypnotize, The Hardest Button To Button), lo spoken (o quasi: Little Acorns) e il botta e risposta giocoso di It’s True That We Love One Another.

Potrebbe non essere il disco più interessante dei White Stripes, ma forse è quello che più definisce la loro cifra stilistica, in quel momento, in quel contesto, e per un intero decennio. E’ come se proprio Jack & Meg, piegati al culto della bicromia e del digitale, con Elephant riuscissero a spiccare per tridimensionalità in un mondo a confronto piatto e per nulla eccitante.

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