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X-O-Dus – English Black Boys

Non sapremo mai se gli X-O-Dus sarebbero stati in grado di raccogliere un successo paragonabile ad altre reggae band inglesi come gli Aswad, o magari gli UB40, resta il fatto che una serie di circostanze tolse loro ogni speranza sin da subito: il destino li mise in un luogo già di per sé non congeniale, in un momento comunque sbagliato.

Moss Side, periferia urbana di Manchester, dagli anni ’50 luogo eletto di molte famiglie afro-caraibiche che si erano avventurate fin lassù al nord. Con le dovute proporzioni, una sorta di Brixton. Ma Manchester non era Londra (e non lo è ora): sul finire dei ’70 la città era monocromatica, il suo suono innovativo ma tutt’altro che cosmopolita.

Insomma non esattamente un terreno fertile per i loro ritmi in levare, nonostante i fratelli Wesley (Honey) e Patrick (Leddy) Ricketts ed il resto della banda fossero cresciuti lontani dalla Giamaica, si guardassero bene dall’innalzare lodi sperticate a Jah e il loro approccio fosse decisamente influenzato dal rock’n’roll.

Quanto al momento, all’inizio del 1979 i ragazzi si accasarono alla Factory Records; nel giugno dello stesso anno registrarono un 12″ nientemeno che con Dennis ‘Blackbeard’ Bovell, uno perfetto per fondere il roots reggae degli X-O-Dus con la vocazione post-punk della loro nuova etichetta e della città (al tempo poteva già vantarsi di aver prodotto Pop Group, le Slits, e di lì a poco avrebbe aggiunto Bananarama, Orange Juice, Fela Kuti, Madness e molti altri meno noti).

Il singolo English Black Boys / See Them A Come, però, sarebbe stato pubblicato solo nel 1980; Bovell ci mise una vita a mixarlo, quando riemerse la Factory era ormai presa dall’inatteso turbinio sollevato dai Joy Division e aveva convogliato su di loro la maggior parte delle risorse (oltre che delle attenzioni): gli X-O-Dus raccolsero il plauso della critica (incluso John Peel), continuarono a suonare in lungo ed in largo, registrarono per conto loro un intero album (o quasi), ma finirono per gettare la spugna nel 1981.

English Black Boys, messo insieme ancora da Bovell ed alla fine pubblicato nel 2012, è il loro lascito: raccoglie quel 12″ straordinario e le altre sette tracce prodotte dalla band ma rimaste nel cassetto.

Peccato che la smania di rimediare al passato abbia portato ad includere, in coda, due bonus track che poco c’entrano con il resto: Underwater Dance è una traccia da club del 1992 registrata da Leddy con lo pseudonimo Subsonique + Rico; Narrow Road torna sul seminato reggae ma è opera (‘recente’, ma evidentemente non databile) di una ‘workshop band’ in cui militava il chitarrista David Reid (il quale – salvo errori – dovrebbe essere ancora dietro le sbarre).

Ma questa raccolta dimostra comunque perché è stato un peccato perdere lungo il cammino di X-O-Dus, disperderne in quel modo la visione: il loro tenersi distanti da temi religiosi – a differenza della maggior parte delle band del genere – e concentrarsi su quelli sociali e politici, figli del contesto in cui erano cresciuti; il basso cavernoso e ripetitivo che guida indomito e straordinario questi brani per minuti e minuti; le chitarre che sanno ben muoversi anche su traiettorie classic rock (esemplificative le prime battute di If You Want My LovinSee Them A Come, Take It From Me); le percussioni a creare poliritmie che danzano nel vuoto, la spazialità e la stereofonia di chiara matrice post-punk; e il fatto che ad un certo punto avessero deciso di avventurarsi in territori più pop-disco (We Can Feel It, Dance) fa sospettare che sarebbero stati facilmente appetibili per il grande pubblico.

Invece ci ritroviamo qui, a ripercorrere la loro breve storia e a riascoltare il loro roots reggae urbano e post coloniale sapendo che è andato tutto malissimo. Sarebbero stati l’unica band del genere a sbucare fuori da un posto come Manchester, e avrebbe avuto stranamente senso.