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Yeah Yeah Yeahs – Mosquito

Mosquito by Yeah Yeah YeahsE così, nemmeno passata la metà dell’anno, possiamo già proclamare con ragionevole certezza i vincitori del contest per la copertina più orrenda del 2013: gli Yeah Yeah Yeahs (almeno) su questo vincono a mani basse (ma si sa, al peggio non c’è limite…).

Questo il primo impatto, ma il fatto è che Mosquito arriva alla fine di una stagione travagliata per gli YYYs, un vero casino: il difficile ritorno di Karen O nella sua New York dopo anni sulla costa ovest, il  rollercoaster sentimentale di Nick Zinner, dieci anni di carriera trascorsi a velocità folle e forse non fatti per durare. Solo per citarne alcuni.

Annunciato come un disco lo-fi, una specie di ritorno alle origini dopo la sbornia elettro-rock di It’s Blitz! (2009), e registrato in un piccolo studio a Manhattan, Mosquito non è risolutivo.
Piuttosto di tutti quei casini è la stilizzazione, la rappresentazione di un trio (con Dave Sitek dei TV On The Radio ancora alla produzione) che cerca in tutti i modi di tornare a suonare come una volta. E a volte ci riesce, pure in modo elettrizzante, altre volte no: gli YYYs picchiano forte la testa contro il muro.

Le potenzialità si intravedono solamente: è il caso di Sacrilege, prima traccia e primo singolo, con quegli interventi di delay sulla chitarra e addirittura un coro gospel in fondo (una specie di Maps, ma molto più terrena – e non è un complimento, in realtà); Buried Alive, prodotta da James Murphy, a cui partecipa pure Dr. Octagon (yes, è Kool Keith); o Despair, addirittura trionfale nella sua voglia di riemergere (my sun is your sun, my sun is your sun – come un esercizio di autoipnosi); o ancora, Subway, che sa di abbandono piovoso.

Altre volte, per quanto piccolo possa essere stato lo studio di registrazione, gli Yeah Yeah Yeahs sembrano perdercisi dentro senza andare da nessuna parte: c’è una canzone sull’invasione aliena (Area 52), o citazioni a buon mercato di Patti Smith (These Paths, peraltro non male nella sua schizofrenia, pare rubacchiare con agilità quel famoso paths that cross, will cross again), Wedding Song vorrebbe essere elegiaca, così come la title track vorrebbe essere cattivissima. E invece…

… e invece Mosquito non riesce ad avere né il piglio disperato, urbano e potente di Fever To Tell, né l’arroganza coraggiosa di It’s Blitz!. E’ un ibrido pieno di cicatrici e scorie, solo in parte riuscito. C’è da sperare che Karen O e gli altri ce la facciano veramente, un giorno, a cacciare tutti i fantasmi.

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