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Colombre – Pulviscolo

Deve esistere un universo parallelo nel quale il trasporto pubblico, gli asili e le scuole sono completamente gratis (anche se a parità di tasse), le strade lisce e perfette, gli uffici postali funzionano, il Vaticano è tornato ad Avignone; in questa utopia il Festival di Sanremo ha ancora un senso, e lo vince l’esordiente Colombre portando sul palco Blatte in collaborazione un gigante della musica italiana, IOSONOUNCANE.

Il punto è che Giovanni Imparato – già Chewingum – ha tirato fuori questo album bellissimo, Pulviscolo (Bravo Dischi), vestendosi del nome dell’immaginifica e spaventosa creatura marina di Dino Buzzati.

La prima edizione de Il Colombre risale al 1966, anno musicalmente cruciale nel quale – per restare nella Penisola – Mina era in classifica con Se Telefonando; la distanza da allora è siderale, però il primissimo pregio di Pulviscolo è la sua natura fruibile ma nient’affatto scontata: vive di un languore giocoso e sospeso che riporta alla mente un’epoca in cui il pop e l’avventura andavano a braccetto e la banalità era un peccato mortale.

Complice un minutaggio molto contenuto (26′), il debutto di Colombre finisce facile in loop, ogni volta alla ricerca di un dettaglio diverso: si arriva alla psichedelia soffice di Deserto passando per le ritmiche funky di Dimmi Tu ed il jingle-jangle di Sveglia e Fuoritempo (che fa tanto Feelies), attraverso la spietata e perfetta delicatezza di Pulviscolo, con la voce nel vuoto, e l’arabeggiante Tso.

E tutto – era ora – in pieno hi-fi: niente suoni necessariamente minimali o volutamente alla cazzo, Colombre sfoggia una produzione che potrebbe definirsi mainstream, non fosse che ha molta più anima (attitude o soul decidete voi).

Da ultimo Pulviscolo è una specie di odissea, in cui si naviga a vista tra solitudini (temporanee o perenni), abbandoni (digeriti con classe, talvolta cacciati giù con rancore) e distacchi, speranze visionarie: Colombre dirige e vomita tutto questo con la facilità di chi ha preparato a lungo una conquista – anche solo quella di decidere ogni cosa da sé – e ci ha messo pochissimo per realizzarla; insomma, con un’efficacia disarmante. E ci guarda tutti da quell’universo parallelo e utopico nel quale Stefano Roi, probabilmente, non si è lasciato ingannare dal mostro marino.