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David Bowie – Low

david_bowie_lowLa seconda cosa che associo a Low è un aforisma del poeta latino Orazio: caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.
Si tratta di un monito pacato, che Seneca avrebbe ripreso con toni più decisi – animum debes mutare non caelum – ma siamo sempre lì: viaggiare, cambiare contesto, vivere altrove non risolve nulla; equilibrio e serenità devono essere trovate interiormente.

Applicando con rigore questo principio probabilmente non avremmo Low, frutto del peregrinare fisico, filosofico e culturale di David Bowie da una crepuscolare Los Angeles – da un vivere tenuto insieme con una dieta a base di cocaina, latte e Gitanes e (s)regolato dalla paranoia e dall’esoterismo (che aveva generato Station To Station) – al cuore raso al suolo e ricostruito dell’Europa, inseguendo le suggestioni dell’amato romanziere Christopher Isherwood ed i nuovi suoni sintetici dei Kraftwerk.

Ecco la prima cosa alla quale associo Low: Berlino, cosa doveva essere alla fine degli anni ’70; ne ho un’immagine ovviamente parziale e mediata, che continua ad oscillare tra il fervore della ricostruzione e la desolazione del nulla lasciato dalla guerra; una città tenuta insieme da una generazione che in tutto – nei propri riferimenti culturali così come nelle cose materiali – doveva fare a meno di quella precedente, spazzata via; dal un lato l’assoluta libertà nel costruire, dall’altro la costante ricerca di fondamenta sul quale farlo. Nel mezzo, un muro ancora inamovibile.

Forse è questo aspetto in particolare che Bowie cercava, una concretizzazione delle proprie contraddizioni, così che potessero vivere all’esterno lasciandolo libero per altro; e tra questo altro, cercare dei compagni di viaggio cruciali come Brian Eno e Tony Visconti (che di lì in poi torneranno molte volte), ed osservare.

Se dei latini ho una qualche esperienza (scolastica, quindi ormai remota e assai vaga), ed anche di Berlino (approssimativa), il secondo lato di Low – terza cosa – mi porta verso terre del tutto estranee.
Da Warszawa fino a Subterraneans è una pianura invasa dalla foschia, un raggelante posto sperduto e molto poco accogliente in cui tutto è immobile, dalla punta degli alberi alla ferrovia, da qualche parte verso ovest, una linea di confine confusa, con la Polonia, con un posto in cui il terreno è perennemente imbiancato da una neve sottile mista a fango. E’ tutto così dannatamente sinistro.

Il lato a, invece no: quello è gagliardo, accattivante, futurista; si può  suonare a volume altissimo senza il timore di spaventare qualcuno. Nulla di convenzionale, intendiamoci: parole ridotte al minimo, sintetizzatori lunghissimi, suoni più o meno probabili; ma vive di una sua particolare estetica assai movimentata e suggestiva; Sound And Vision e Speed Of Life mi sembrano ogni volta, ancora una volta (e anche alla luce di tutto quello che è stato dopo), vette inarrivabili di un certo modo di realizzare brani anticonvenzionali ma assolutamente pop, in cui c’è tutto quello che serve per essere arte ma senza rinunciare all’accessibilità.

Bowie, Eno e Visconti diranno che Low è un album molto meno ragionato e di rottura di quanto fosse sembrato all’inizio ed è assolutamente vero. Niente Ziggy, niente Life On Mars, ma le cose si faranno più cervellotiche di mese in mese, fino a “Heroes”. L’equilibrio – imperfetto – sta tutto qui.

Quanto ad Orazio e Seneca, avevano ragione anche loro: il Bowie di Berlino e quello di Los Angeles non sono affatto diversi, l’animo curioso, spavaldo e mai domo hanno reso immortale questo ragazzo di Brixton, perfettamente coerente nel cambiare sempre.