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Fuck Buttons – Tarot Sport

tarot-sportAncora più del precedente Street Horrrsing, Tarot Sport è la realizzazione della disturbante visione dei Fuck Buttons da Bristol, ed è probabilmente destinato ad essere ricordato come il loro album definitivo.
Definitivo, nel senso che – qualunque cosa sia – mette un punto.

Se Street Horrrsing era visivamente assimilabile a L’Urlo di Edvard Munch, Tarot Sport è il monolite di 2001 Odissea Nello Spazio, con tanto di scimmie (null’altro che noi, come Kubrick insegna).

Prodotto dal guru Andrew Weatherall, ed uscito a soli 18 mesi dal precedente, comprime in poco meno di un’ora l’intero universo colto nell’attimo del collasso irreversibile.
E’ un monolite sì, ma dinamico, antropomorfo, multiforme, psichedelico e ritmico.

A partire dall’iniziale, incessante, martellante Surf Solar: là dove Born Slippy fotografava l’alienazione degli anni ’90 più depressi, qui un branco di pingiuni psicotropi ridisegna il caos ed in nove minuti sfata il mito che negli anni zero tutto sia connesso, scolpendo una deframmentazione totale e irrecuperabile.
E ora come allora sembra di sentire il vento, un intero uragano, sembra che muovere la testa a ritmo sia l’unica cosa plausibile, il lasciarsi andare all’orrore la soluzione estrema e più facilmente percorribile.

Ma non sarebbe uno degli album più imponenti del decennio andato se non implicasse anche l’elevazione. In quel modo – ed è strano a dirsi – in cui gli U2 ci avevano cullato, solo che molto, molto meno spirituale. La faccia all’insù attendendo l’ineluttabile, persi nei ritmi marziali di The Lisbon Maru, o nei 10′ e 55′ trascendentali di Olympians.

Sembra che tra tutti i synth e le percussioni, i Fuck Buttons abbiano scovato, o forse solo intuito qualcosa. La magnificenza dell’oltre, forse, ma comunque nulla di rassicurante. Il condensato minimo della teoria del caos, là dove la claustrofobia di Phantom Limb sbatte nel vuoto e ogni apparecchio elettrico che ci circonda prende vita e cerca di uccidere, ciecamente.

Tarot Sport non è un viaggio: piuttosto un incubo scomodo ma sorprendentemente facile. Con le sue melodie e le sue poliritmie trascinanti ci prende per mano, ci fa alzare la testa e ci mette di fronte a qualcosa di ingestibile.
Sì, ancora una volta, ci sentiamo piccolissimi ed in balia degli eventi – ma ce la siamo voluta.

 

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