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Intervista: London Modular

Settembre inoltrato, cielo terso e sole cristallino.

A due passi dalla fermata di Hackney Wick, il caldo ha cacciato gli avventori del Pearl dai loro tavoli e li ha costretti ad invadere l’ampio marciapiede, a stravaccarsi lì alla buona cercando ombra tra i palazzi bassi e tatuati.

Siamo finiti nell’east London, giriamo un altro angolo e Phil Ventre ci aspetta nel suo cubicolo all’interno di Vinyl Pimp. Quel cubicolo è, a tutti gli effetti, London Modular: La Mecca dei sintetizzatori modulari. E anche se questo shop è (ancora per poco) l’enclave di un posto in cui il business del caffè pare del tutto equivalente a quello di vendere dischi (o scambiarli per una cassa di frutta tropicale), è qui che bussano tutti, da Tom Yorke e Aphex Twin in giù.

Phil ci attende a negozio ancora chiuso, assorto in un groviglio di marchingegni indistinguibili; è cordiale, sorridente, il suo cognome tradisce radici italiane e lui ce lo conferma con entusiasmo. Ma siamo qui per ascoltare un’altra storia, quella di come questo posto grande quanto una cameretta si diventato così noto, importante persino, e di cosa lui ed i suoi soci Simon Lynch Gavin Pykerman  combinino esattamente qui dentro.

«London Modular esiste da quattro anni, più o meno. Io, Simon e Gavin ci siamo incontrati perché adoravamo la musica elettronica. Sei anni fa, mi capitò di ascoltare le cose che Gavin caricava su Sondcloud e mi misi in contatto con lui chiedendogli che strumentazione usasse. Mi  rispose che lavorava con sintetizzatori modulari. Io non ne sapevo niente, mi incuriosì molto. Allora ci incontrammo una volta nel suo ufficio, proprio qui dietro l’angolo e mi mostrò la sua attrezzatura. Me ne innamorai immediatamente, mi dissi: questo è il genere di roba che fa per me! E da lì iniziai ad acquistare un po’ di quelle cose».

La narrazione di Phil tradisce molto entusiasmo e sin dai primi istanti della nostra chiacchierata è chiaro che London Modular, in sostanza, nasce anzitutto dall’essere nerd: «assolutamente sì – dice lui – nerd a tal punto da avere la fissa di scoprire come, materialmente e tecnicamente, si arriva a costruire un brano».

E la storia che ci porta qui ha un altro capitolo: «esiste forum molto conosciuto dedicato ai sintetizzatori modulari, Muffwiggler. Circa sei mesi dopo il nostro incontro, Gavin pubblicò lì un post chiedendo se qualcuno fosse interessato ad una piccola jam qui in Hackney Wick. E Simon, che praticamente viveva qui dietro, rispose. Così iniziammo a vederci ogni settimana per delle jam tra noi, o piccoli concerti in pub nell’east London. Parlavamo spesso di come e dove procurarci nuovi sintetizzatori e attrezzature: bisognava comprare tutto on line, il più delle volte da Schneider, quindi finivi per acquistare roba senza poterla provare. Non c’era nessun posto dove farlo. Ed è roba costosa!».

Ma ovviamente non metti su una cosa come London Modular senza spirito di iniziativa e fiuto imprenditoriale, elementi che certamente hanno distinto Simon, Phil e Gavin dal resto degli appassionati: «iniziammo a pensare che fosse un po’ una follia, e che sarebbe stata una cosa molto di nicchia ma… doveva esserci per forza del mercato: gente che voleva provare i sintetizzatori di persona. Allora abbiamo parlato qui con i ragazzi di Vinyl Pimp, chiedendo se fossero disponibili a darci un piccolo spazio per provare: la prima cosa fu mettere giù dei tavoli, l’attrezzatura, e vedere quanto fosse di richiamo, per un mese intero. L’interesse ci fu e anche molto di più di quanto ci aspettassimo. Allora costruimmo questo minuscolo negozio e siamo ancora qui».

Questi tre hanno trasformato la loro passione in un lavoro, insomma. Ed in questo tempo così (relativamente) breve London Modular è diventato un punto di riferimento anche per nomi molto importati, che inevitabilmente citiamo; a questo punto Phil – sapendo benissimo dove stiamo andando a parare – ci anticipa e confessa di non sapere di preciso come sia successo, se non il fatto che questo shop rimane l’unico dedicato esclusivamente ai sintetizzatori modulari e, ancora prima, quando aprì, fu il primo posto dove era fisicamente possibile acquistarli. Da allora il mercato è cresciuto molto «sì, nell’ultimo paio d’anni l’utilizzo di questi sintetizzatori è aumentato moltissimo. Fondamentalmente se vedi le foto di qualche studio, ormai chiunque ne ha. Magari anche solo uno o due moduli, ma sono molto più utilizzati di prima. Forse questo, che siamo stati l’avanguardia, i primi a muoverci nel mercato. E in più siamo dei ragazzi adorabili!».

Ma nel mettere su questo negozio, questi tre ragazzi adorabili sono passati dall’essere semplici consumatori a distributori. Quanto è cambiata da allora la loro prospettiva?

«Ovviamente dobbiamo vendere per stare dietro all’affitto ed agli altri costi. Per quanto mi riguarda, ho avuto per diciannove anni un’agenzia di pubblicità giù a Shoreditch e per quattro anni ho portato avanti entrambe le cose. Ma mi era molto chiaro che preferivo avere a che fare con questo genere di cose, con la musica, e allora ho iniziato a lavorare a tempo pieno a London Modular, cercando di farla funzionare davvero e portarla a regime. Il risultato è che quando abbiamo iniziato c’erano in giro solamente pochi, pochissimi produttori di sintetizzatori modulari. Ora invece tanta gente si è dedicata a costruirne. Il che è magnifico e forse anche un po’ spaventoso. Ma noi siamo qui ogni giorno anche per questo, per aiutare ed orientare chi sta iniziando: qui abbiamo molto materiale, puoi venire a provarlo e decidere cosa fa per te e cosa no prima di comprare».

Una parete zeppa di rack, due tavoli di cui uno occupato per intero da un computer, cavi ovunque, un paio di vetrinette e un finestrone che affaccia direttamente sul bancone di Vinyl Pimp. Si fa quasi fatica a pensare a questo come uno spazio aperto al pubblico: «oggi abbiamo a che fare con ogni genere di persone. Gente che entra in negozio per un caffè e un disco, si accorge che siamo qui e caccia dentro la testa. Magari finisce per passare mezz’ora a smanettare sui sintetizzatori chiedendosi che razza di posto sia questo. Sappiamo che questo tipo di persone non comprerà nulla, ma è figo vederli curiosare. Poi abbiamo un sacco di producer, sia gente nuova sulla scena, che vuole iniziare direttamente dai sintetizzatori modulari, sia gente già affermata ma che cerca un approccio più diretto al suono rispetto a quello che si può avere con il computer».

A questo punto la domanda è inevitabile. Da dove si comincia? Perché, insomma, rispetto al prendere in mano una chitarra sembra tutto decisamente più difficile. «Devi iniziare a costruire la tua valigetta [lett.: case, n.d.r.], il contenitore con i supporti dove fissare i vari moduli, così  che non siano tutti sparsi in giro. Non è necessario iniziare da qualcosa di grande, è fondamentale che la prima cosa sia l’alimentatore però! E da lì aggiungere i moduli che ti servono per arrivare al suono che stai cercando. Appunto, all’inizio non serve chissà quanta roba. Magari un filtro analogico, o qualcosa che processi quello che già produci sul computer, questo può essere un buon modo».

Parlando con Phil, e vendendolo così appassionato azzardiamo un’intuizione: il rock’n’roll non è mai stata la sua cup of tea, giusto? Sbagliato. «Suonavo in una band, altroché! Solo che mi piaceva di più l’elettronica. Adoravo la jungle… ma a dire il vero non c’è mai stata molta musica jugle prodotta con i sintetizzatori modulari, non abbastanza almeno! Questa è roba che si sposa bene con la house, l’electro, la techno. Anche se ci si possono tirare fuori ottime melodie ambient. Super versatile, è anche per questo che la adoro».

La nostra chiacchierata vira inevitabilmente sulla London Modular Alliance, nome che gli stessi Phil, Simon e Gavin usano per le loro performance e per pubblicare materiale. Ci svela che il trio, in realtà, ha «già due, tre uscite pronte, prontissime. Ma ci sono stati notevoli casini nella catena di produzione dei dischi quindi siamo molto in ritardo».

Il primo frutto di questo lavoro è Same Repeated Cycles, ep arrivato giusto la scorsa settimana sotto l’egida della International Black e ora seguiranno i live.

Ma non solo, perché i ragazzi saranno impegnati anche ad espandersi: «come vedi il posto è piccolo, è anche molto intimo e ci piace così – Phil sorride e si guarda attorno soddisfatto – ma qui una volta al mese apriamo a corsi e workshop ed è una parte del business che vogliamo incrementare, aprire a più persone, far pagare di meno. Quindi ci serve un posto più grande, decisamente più grande! E abbiamo in mente di metterci dentro anche il nostro studio e creare un piccolo cinema indipendente. È un grande passo ma se troviamo i fondi e un posto adatto, la direzione è quella».

È ora di una tazza di caffè, di ributtarsi nella confusione nervosa dell’east London e lasciare che anche oggi Phil Ventre si concentri sul suo negozio, sui suoi giocattoli. Non ha ancora una saracinesca tutta sua da alzare, ma tutto il mondo ormai sa benissimo dove trovarlo.