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Intervista: Radio NoLo

L’ora di cena è andata da un pezzo e la voce è quella di uno che ha avuto una giornata tanto fitta quanto quanto interessante: un tono misto di stanchezza, adrenalina, entusiasmo e caffeina.

Siamo al telefono Riccardo Poli, e lui si trova ancora negli studi di Radio NoLo, la radio comunitaria che ha ideato qualche tempo dopo essersi trasferito in quella zona a nord di piazzale Loreto che i milanesi cominciano – appunto – ad abituarsi ad identificare come “NoLo”. Chi storce il naso per questa neotoponomastica rimane liberissimo di chiamare SoHo South Of Houston Street, ma in bocca al lupo nel chiedere indicazioni tra i palazzi di Manhattan.

Da quelle vie sono partite Lifegate e Radio Popolare e oggi Radio NoLo pare in qualche modo raccoglierne il testimone, o quantomeno portare avanti una certa tradizione. Vogliamo parlare con Riccardo di come è nata la radio, di cosa sia effettivamente questo progetto e in che modo abbia passato l’ultimo anno in equilibrio tra una comunità ben circoscritta, quella del quartiere, e magari la voglia di trascendere limiti geografici ed indirizzi. Ah, e di come sia possibile scardinare il comune sentire di Milano come una città fatta di anonimato.

Ne è uscita una chiacchierata su numerosi temi: comunicazione, sociologia, inclusione, persino architettura e semiotica. È un affare lunghetto ma non ci sentiamo di tagliar fuori nulla.

«Abitavo qui da un paio d’anni e un giorno mi sono convinto ad andare ad una delle colazioni di quartiere che vengono organizzate dalla Social street tutti i sabati tra vicini di casa. Il mood mi è piaciuto subito e dopo qualche mese di partecipazione alle attività ho tirato fuori l’idea di mettere in piedi un progetto radiofonico. La proposta è piaciuta e abbiamo iniziato a raccontare il quartiere attraverso un radiodramma, “NoLo Non Esiste“. Abbiamo ideato, scritto, interpretato e montato dieci puntate, trasmesse attraverso Shareradio nel maggio – giugno 2017. È finita che ogni mercoledì sera trenta, quaranta persone del quartiere organizzavano gruppi di ascolto nei bar qui intorno per sentire lo streaming in compagnia. Da lì mi sono reso conto che qualcuno effettivamente ci ascoltava, allora ho provato a sondare il terreno: magari qualcun altro era interessato a produrre qualche altro programma o podcast? Abbiamo indetto una riunione di quartiere a settembre [2017, n.d.r.] e si sono presentati in moltissimi, o comunque molti di più di quelli che mi aspettavo. Alla fine si è formato uno zoccolo duro una ventina di persone e di lì ad un paio di mesi abbiamo iniziato a produrre nuovi format: Umani A NoLo, il GiorNoLo Radio, poi Superpop, Buffa Quanto Basta e così via. Oggi dopo un anno Radio NoLo ha circa ottanta redattori e undici programmi».

Un passatempo tra vicini di casa che presto è diventato qualcosa di più, insomma; e se da un lato pare facile capire perché proprio la radio – conoscendo il passato ed il presente di Riccardo, che lavora da dieci anni a Radio24 e nel remoto 2003 fu tra i fondatori di Fuori Aula Network, la web radio dell’Università di Verona –  per altro verso pare comunque una cosa impegnativa, molto più che organizzare un torneo di briscola nei bar del quartiere. Lui dice che se non fosse stata la radio sarebbe stato qualcos’altro, perché «c’era e c’è molta voglia di fare. La radio ha attecchito perché non ha limiti di età, non serve bella presenza, basta avere delle idee e un po’ di parlantina e comunque è inclusiva: c’è spazio anche per chi non se la sente di andare in voce, c’è chi si occupa solo della comunicazione o della parte tecnica, rimanendo coinvolto al 100%».

Il fatto è che ascoltando Radio NoLo, seguendo come ormai si muove a livello di brand, spulciando tra i suoi podcast, pare un ottimo esempio di think global, act local; e non dev’essere stata una passeggiata, considerando che l’autoreferenzialità è il primo rischio nel mettere in piedi una radio di quartiere: «il che è vero, prima si fanno le cose e solo dopo si razionalizza, e ci siamo accorti presto che alcuni programmi erano più “sdoganabili” ed altri invece avevano contenuti accessibili o comprensibili solo a chi abita a NoLo. In questo Daniele Dodaro, che è un semiologo ed è uno dei fondatori della social street, ci ha dato una grossa mano. I tre cerchi nel logo della radio rappresentano esattamente quello che vogliamo fare: il primo, il più piccolo, simboleggia il pubblico più stretto, quello di NoLo e della social street; quello a metà il Municipio 2 di Milano, che è un’area più estesa; il terzo rappresenta Milano e l’Italia. Oggi quando ci approcciamo ad un nuovo programma cerchiamo prima di tutto di capire in quale dei tre cerchi posizionarlo. È vero che per uscire dai confini di NoLo abbiamo iniziato a scegliere ospiti che non fossero necessariamente del quartiere, ad organizzare eventi aperti a tutti e a stringere una serie di partnership per regalare agli ascoltatori biglietti di cinema e teatri di tutta la città. Ma l’approccio nel quartiere rimane quello di non fare una cosa fighetta, standocene qui in vetrina noi e tenendo fuori gli altri. Al contrario, è quello di essere in osmosi costante con le persone: la radio va in strada e la strada entra in radio. L’autoreferenzialità non è una cosa di per sé da evitare, perché una base di ascoltatori, una comunità, è indispensabile per un progetto come questo. Posso dire, visti i numeri, che c’è ed è solidissima».

A questo punto della telefonata iniziamo una riflessione sul fatto che non essendo un emittente, ma piuttosto un centro attorno al quale gravitano diversi programmi/podcast, Radio NoLo ha evitato di aderire ad un modello ormai defunto, quello delle radio che scelgono di stare sul web perché di spazi FM non ce ne sono, semplicemente scimmiottando la radio come di solito intesa ed annullando ogni potenziale crossmedialità che la rete permette.

Ma, conclude Riccardo, nel caso specifico bisogna comunque tenere conto dalla comunità alla quale Radio NoLo appartiene: «il prossimo anno vorremmo aprire un flusso streaming, e vogliamo farlo perché la popolazione di NoLo è comunque molto anziana e non abituata all’uso di internet. Con una programmazione di ventiquattr’ore potremmo arrivare nei locali del quartiere e questo permetterebbe di raggiungere molto più pubblico. Ma per ora il focus rimane assolutamente quello di creare podcast con una cadenza regolare».

E poi c’è la questione dei Milano Storytelling Awards (organizzati da Milano All News), che rimane un per certi versi un mistero; ad oggi Riccardo non ha idea di chi abbia candidato Radio NoLo al premio di miglior web radio, fatto sta che i ragazzi se lo sono portati a casa: «un riconoscimento – dice – che premia il nostro approccio leggero. Leggerezza per noi non è essere frivoli, anzi. Però ci siamo sempre detti che si può raccontare tutto senza rendere pesanti e cupe cose che si possono raccontare con in altro modo, e abbiamo sempre fatto così».

Per chi avesse poca dimestichezza con Milano, occorre a questo punto chiarire che in quella zona della città che si estende da Piazzale Loreto (sì, quel Piazzale Loreto, che da allora non è mai più stato utilizzato per scopi tanto nobili) verso nord, lungo via Padova e viale Monza, il tasso di immigrazione è significativo. Ma è un posto che sta ad un quarto d’ora di metro dal Duomo e negli ultimi anni, grazie alle follie del mercato immobiliare, gente dal Sud America, dall’Asia, dal Nord Africa e dal nostro meridione si è trovata improvvisamente ad avere a che fare con una generazione di italiani che lì hanno trovato una casa. Il Municipio 2 comunque resta l’unico della città a guida leghista, circostanza che di sicuro influisce sulla narrazione che ne viene fatta.

«La social street certamente ha cambiato il tessuto urbano di questo quartiere, è diventato un posto dove si vive bene e si esce la sera. Come Radio NoLo abbiamo iniziato a raccontare il tutto sotto una prospettiva nuova, diversa da quella comune – che era più o meno “in Via Padova sgozzano la gente” – e gli eventi che abbiamo organizzato qui hanno portato persone da altre zone, gente che prima non aveva nemmeno idea di metterci piede. Il quartiere, in sé, ha il problema di partire da un gradino più basso rispetto ad altre zone di Milano, deve ripulirsi da alcuni pregiudizi – ed è questa è la fase che stiamo vivendo – e poi ricostruire senza denaturare il tessuto che c’è già. Comunque, nelle questioni sociali c’entriamo a piene mani, necessariamente, raccontando quello che succede. Ma Radio NoLo non ha l’intento di educare, la gente ha voglia di venire qui, di divertirsi, di fare quello che vuole, di informare, soprattutto di raccontare. Ma non c’è nessun intento educativo, nessuno che arriva per dire “adesso vi spiego io come funziona la vita”, questo proprio no. Certamente il modo che abbiamo di trattare le questioni è stato criticato, ma devo dire che per ora queste critiche, quando ci sono state, non sono arrivate dagli ascoltatori ma dall’interno della redazione stessa».

Ma quindi, a conti fatti, qual è la linea editoriale di Radio NoLo? «Leggerezza, no al razzismo, no al fascismo. Anche una sana inclusione, direi, non nel senso di dover essere per forza buoni ed accondiscendenti con tutti: è già capitato di dover far capire ad alcune persone che non c’erano i presupposti per continuare a collaborare, perché avevano atteggiamenti o modi poco accettabili».

E l’innata attitudine che Milano ha di ridurre tutto a cool, trendy, hip, quando potrà influenzare un progetto come questo, e magari influire sul futuro del quartiere? «Il punto è che questo posto in termini di degrado non è mai stato ai livelli di altri che poi il Comune ha riqualificato, se si escludono trenta-metri-trenta di via Padova, che poi si tende a pensare sia tutta così. E poi c’è, appunto, un tessuto sociale ben radicato, non è una terra di nessuno. Ancora: la conformazione stessa del quartiere non permette l’auto-ghettizzazione, viale Monza lo attraversa ed è un’arteria che non potrà mai essere modificata, né lei né questo insieme di vie. Intendo dire che anche architettonicamente non ci sono i presupposti perché diventi qualcosa d’altro, qualcosa di completamente nuovo come è successo con Porta Garibaldi e Gioia».

S’è fatta una certa e la nostra conversazione viene interrotta da un paio di ragazzi che passando davanti agli studi della radio entrano incuriositi. Riccardo rimane in linea e ascoltandolo raccontare, fare domande e rispondere – persino allungare ai due degli adesivi della radio e dar loro appuntamento ad un’orario più umano – ci si rende conto in tempo reale che lui è un comunicatore di quelli veraci e contagiosi. Da qui in poi portiamo lui al centro della conversazione.

«Lo faccio perché mi tiene vivo. Mi piace il contatto con la gente. Dopo un tot di anni che lavoravo a Radio24 ho sentito che mi stavo appiattendo troppo sui meccanismi di una produzione radiofonica di alto livello, necessariamente parcellizzata, ingegnerizzata, a volte sterile. Avevo bisogno di una svolta e ho voluto ristabilire un contatto con le persone, fare qualcosa di partecipato e partecipativo, divertendomi. Il filo conduttore di tutto quello che ho fatto e che sto facendo, comunque, è che finché mi diverto lo faccio al 150%. Vedi che ore sono? Ho attaccato stamattina alle 9 e andrei ancora avanti».

Da qualche mese l’impegno di Riccardo con Radio24 è diventato anche Off Topic, un programma concepito insieme ad Alessandro Longoni, Beppe Salmetti e Andrea Roccabella, incentrato sui luoghi comuni.

«Il tema del programma è nato perché i luoghi comuni mi affascinano da sempre, l’italiano medio li usa per arrivare a fine giornata. Come trio di conduzione [Riccardo, Andrea e Beppe, n.d.r.] avevamo iniziato ad annusarci con l’idea iniziale di trattare notizie ultra locali in senso iperbolico, come fossero roba da TG5. Nel farlo ci siamo accorti che queste storie erano zeppe di luoghi comuni, sia nella loro narrazione sia nella realtà dei fatti. E quindi poi sono diventati un argomento di interesse condiviso. A Radio24 l’idea piaceva e soprattutto era inedita. Per come abbiamo alla fine strutturato il format, trattiamo un argomento in pieno stile Radio24, ma con un margine sufficiente per strappare una risata. Sappiamo che il filone narrativo in sé è ad esaurimento, infatti “off topic” per noi sta diventando più che altro una modalità di conduzione: fare all’ospite delle domande che tutti vorrebbero fare ma che nessuno ha davvero il coraggio – tipo chiedere a Giuliano Ferrara quanto pesa – o tirare dentro degli argomenti apparentemente a casaccio che solo alla fine si capisce come fossero funzionali ad arrivare al punto in cui vogliamo arrivare».

Radio24 ha trasmesso le prime puntate ad agosto; il programma torna in palinsesto ora tra il 24 dicembre e l’1 gennaio e – in una joint venture tra Radio24 e il Teatro Filodrammatici di Milano – nel 2019 i tre porteranno sul palcoscenico il loro Off Topic, per l’occasione trasformandolo in uno spettacolo che tratterà dei luoghi comuni della radio e dei mezzi di comunicazione.

È davvero ora di congedarsi. Tirando le somme, sembra tutto facile: uscite dai social media, fate amicizia con i vostri vicini, trovatevi qualcosa di costruttivo da fare insieme, e questo migliorerà le vostre vite. Forse anche quelle di un’intera comunità. Certo, a patto che ve ne freghi qualcosa e che rifiutiate di cedere alla stanchezza del quotidiano.