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Ryan Adams – Prisoner

La fa facile lui, Ryan Adams, a raccontare in giro che Prisoner non c’entra nulla con la rottura dalla moglie Mandy Moore.

Diciamo allora che – statisticamente – un disco quest’anno lo avrebbe pubblicato ugualmente dato che si tratta del suo sedicesimo (! – n.b. a nome Paul McCartney ne esiste solo uno in più), ma che “se non altro” la separazione gli ha permesso tutta la libertà del mondo per chiudersi in casa (bella antitesi, no?) a strimpellare a qualunque ora del giorno e della notte, comporre e scomporre in ogni stato si trovasse (questo ha fatto) e infine uscirsene con qualcosa che assomiglia molto ad un capolavoro.

Oh sì, Prisoner è un compendio di tutte le infelicità amorose che possano venirvi in mente: l’abbandono, il distacco emotivo, la freddezza ed il coraggio di una persona che trafigge i sentimenti dell’altra, la gelosia del solo pensare la tua ex in compagnia di un altro, telefonate mai fatte o mai risposte, scatoloni e cose restituite, altre rubate, fantasmi che danzano in giro.

E quindi avrebbe potuto risolversi in un lungo lamento (per essere chiari: di quelli da tagliarsi le vene), poteva essere una lagna, nella peggiore delle ipotesi una poderosa rottura di coglioni in più a ricordarci la sua infelicità sommata – magari – alla nostra.

Invece no! La bellezza scintillante dei 43′ di Prisoner sta nelle melodie che galleggiano nel vuoto, nei ritmi tutt’altro che soporiferi e nelle chitarre – allo stesso tempo grintose ed eteree – perfette per l’airplay.

Ryan Adams ha scritto e composto con in testa Springsteen e si sente: è riuscito rubargli (almeno stavolta) la capacità di non sacrificare nemmeno un briciolo di fruibilità in nome dell’intensità emotiva. Efficacissimo e profondo come un baratro, Prisoner è semplicemente il miglior album tra i tanti usciti dalla penna di Ryan Adams.